Creare mondi in economia

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  • #10821
    Capretta Amaltea
    Partecipante

    Antonella, sinceramente mi sono sempre domandata che bisogno ci sia di postulare che un dio creatore si interessi del benessere delle creature, o addirittura che si impicci di quello che facciamo nella vita quotidiana o in camera da letto (il controllo della sessualità pare essere il core business della maggior parte dele religioni…). Io non credo in alcun dio, ma se devo immaginarmene uno alla base della creazione me lo immagino che mette in moto il meccanismo, poi le risultanze sono quelle che sono ma in nessun modo affar suo.

    #10823
    Antonella Baroni
    Partecipante

    …e mi sono dimenticata di dire che la parte commovente, di una sezione di questo tipo di pensiero, è che ‘Sophia’, che non aveva capito che si sarebbe creato ‘sto bellissimo bailamme’, sarebbe rimasta improgionata nella così nata ‘creazione dei mondi’…e che ognuno di noi ne porta un pezzetto in se stesso. ed è quel pezzettino di ‘Sophia’, intelligenza di Dio che ama e non solo pensa’, che ci fa sentire dentro il desiderio di ‘tornare dentro l’UNO degli UNI’, e di ricercare con determinata pervicacia, la, logica delle cose.
    poi è stata chiamata anche ‘anima’.
    piace, come favola? a me è sempre piaciuta molto. 🙂

    #10824
    Antonella Baroni
    Partecipante

    @Capretta…è prpprio così come raccontavo, che secoli fa, quando la scienza aveva pochi mezzi, darwin era ben di là da essere vissuto, e neanche gli astrofisici avevano i mezzi che hanno…ma la sofferenza, e le domande speculative ed emotive umane, erano in fondo le ssesse, hanno provato ad escludere ‘un Dio Buono che crea e vuole il Mondo, o i Mondi’ ( non era affatto nuova l’idea che ce ne fossero tanti, anzi infiniti) .
    ci hanno provato…e io personalmente trovo commovente, come ci hanno provato.
    me lo ha fatto venire in mente il libro che ha usato come mezzo espressivo Beelato, cioè la ‘Guida Galattica’ …che non sarebbe esistito, se la gnosi non fosse esistita…:)

    #10825
    Beelato
    Partecipante

    Capretta, io penso sempre che il desiderio di un’entità trascendente a cui rivolgersi nei momenti difficili sia insito nella natura umana e sia più o meno grande a seconda della capacità di ciascuno di affrontare l’esistenza senza ‘puntelli’.
    La fede nel trascendente è, appunto, ‘fede’, ed è decisamente confortante trovare una qualche forma di spiegazione e di giustificazione a quanto di doloroso (e, spesso, di così crudelmente assurdo) ci possa accadere.
    Epperò questa fede io la vedo come una faccenda privatissima, qualcosa che si ha dentro di sé oppure no, mentre per come la vedo io la religione non ha fatto altro che impadronirsi di questa esigenza interiore dell’animo umano, ingabbiarla in regole e precetti e quindi utilizzarla per esercitare una forma di potere sulle persone.
    Io la fede non ce l’ho e pace, tocca che mi arrangi ad attraversare l’esistenza senza puntelli, mentre della religione non saprei che farmene.

    Antonella, quello che ci hai raccontato è una bella testimonianza di come la natura umana sempre abbia bisogno di spiegare quello che molto opportunamente hai definito il ‘bailamme’.

    #10826
    Antonella Baroni
    Partecipante

    @ dalla gnosi, per secoli, sono nati i meglio scienziati…e per dirne uno che conoscono tutti, Avicenna. cioè Ibn Sina.
    un motivo ci sarà, no?

    #10854
    Anonimo
    Inattivo

    Capretta, la necessità di postulare un creatore che si impicci di quello che facciamo mi sembra evidente,
    Con un creatore che mette in moto la macchina e poi si fa i fatti suoi non si costruisce una religione e tantomeno una chiesa.
    La religione ha bisogno di un Dio che dopo avere messo in moto la macchina ti osserva, ti giudica e ti promette qualcosa, di solito una vita migliore nell’aldilà, visto che di qua è dura e non c’è molto da sperare nel suo intervento a facilitare le cose, a parte qualche miracolo qua e là distribuito a scopo dimostrativo. Il tutto, naturalmente, a certe condizioni.
    La cosa ha funzionato bene perché dà a chi ci crede una speranza, e a chi gestisce la baracca ampi spazi (praterie?) di manovra. Mi ricorda qualcosa…

    #10855
    Beelato
    Partecipante

    Pabos, quel che dici sulla religione è più o meno quel che dico pure io: la religione è una forma di potere, e neppure poco efficace, tra l’altro, visto che fa leva su un’aspirazione insita nella natura umana.
    Ovviamente la religione ti ricorda ‘qualcosa’ perché è una forma di potere che ha bisogno di un’accettazione fideistica ai propri principi, però a differenza di quel ‘qualcosa’ la religione è decisamente molto abile nelle sue tecniche di persuasione e di mantenimento della propria influenza.

    Ci pensavo giusto qualche giorno fa ricordando alcune cose: l’attacco di misticismo che m’è preso un paio di mesi fa entrando in una cattedrale gotica mentre stavano suonando un brano di Bach all’organo (e che venga un attacco di misticismo a me ha dell’incredibile); la tecnica di persuasione basata sul far leva sull’insicurezza (“Tu mi sembri una persona intelligente e quindi…”) che una suora adoperò, peraltro con risibili risultati, con me una quarantina d’anni fa (in anni cioé in cui se le avessero parlato di tecniche di marketing avrebbe risposto “Ehhh???”); una mostra, che vidi qualche anno fa, di quadri dell’epoca della Controriforma dopo il Concilio di Trento, in cui si poteva apprezzare appieno la tecnica persuasiva della chiesa cattolica, condotta impiegando i mezzi a disposizione a quell’epoca…
    Sì, la chiesa cattolica sa decisamente il fatto suo, non per niente è una forma di potere che ‘regge’ da un paio di migliaia di anni.

    #10856
    Antonella Baroni
    Partecipante

    la chiesa cattolica è una, forse la più brava, delle tante forme di strutturazione delle domende etiche, che da sempre gli umani si pongono.
    se se le pongono, un motivo ci sarà, che non cecessariamente è implicito nella meravigliosa forma della vita biologica 🙂

    #10857
    Beelato
    Partecipante

    E finalmente parliamo di ‘sta permanente!
    E siccome io non son contenta se non comincio dall’inizioinizioinizio, parliamo un attimo di proteine e della classificazione che possiamo farne in base alla loro forma, e così abbiamo le proteine fibrose (con funzioni di supporto) e le proteine globulari (che esplicano funzioni biologiche).
    Tra le proteine fibrose abbiamo le cheratine (nei capelli, nelle unghie, nelle piume), i collageni (nelle cartilagini e nei tendini) e le sete.
    Tra le proteine globulari abbiamo enzimi, ormoni, proteine di trasporto come l’emoglobina e di deposito come la caseina.
    In ogni caso il mantenimento della forma nativa delle proteine è necessario perché esse possano esplicare la propria funzione, come abbiamo visto nell’articolo di partenza di questa discussione.

    A questo punto però, prima di chiederci come faccia la proteina a mantenere la propria forma nativa, sarà meglio chiederci cosa determini quella forma, cioé quali siano i fattori che fanno sì che a quella particolare proteina con quegli amminoacidi messi in quella sequenza corrisponda proprio quella particolare forma.
    Abbiamo visto che quando gli amminoacidi si legano tra loro il legame peptidico che li unisce è piuttosto rigido ed impedisce la libera rotazione di un ‘tetraedro’ rispetto all’altro, e quindi i vari amminoacidi si disporranno in un modo che dipende dal tipo di gruppo R che ciascuno di loro ha, e quindi la ‘catena’ della proteina si disporrà nello spazio in un modo che dipende non solo dallo spazio occupato dai vari gruppi R dei vari amminoacidi che la compongono (ché ci son R più ingombranti ed R più piccoli), ma anche da eventuali cariche positive o negative presenti sui gruppi R, dall’idrofilicità o dall’idrofobicità di questi, dalle attrazioni o dalle repulsioni elettrostatiche che ci possono essere tra loro: insomma, data una particolare sequenza di amminoacidi, la catena proteica si disporrà nello spazio in un modo che è per forza di cose caratteristico della sequenza stessa.

    A questo punto la nostra proteina avrà la sua forma peculiare, e questa sua forma verrà stabilizzata per mezzo di interazioni di vario tipo tra i gruppi R che si troveranno ad essere vicini non in sequenza ma spazialmente, ché due amminoacidi coi gruppi R adatti ad interagire tra loro potrebbero essere lontanissimi nella sequenza ma molto vicini nello spazio perché la catena della proteina ha dei ripiegamenti e degli avvolgimenti su se stessa.
    E tra le varie interazioni (attrazioni elettrostatiche, interazioni idrofiliche o idrofobiche, insomma tutte quelle interazioni che non sono dei veri e propri legami) c’è un amminoacido che è in grado di formare un vero e proprio legame (quindi qualcosa di ben più forte e più difficile da rompere di un’interazione) usando il proprio gruppo R.
    Se due molecole di questo amminoacido si trovano con i propri gruppi R vicini nello spazio (il che, ovviamente, non significa che debbano essere vicini in sequenza), i due gruppi R sono in grado di reagire tra loro formando un legame che li unisce e che ‘blocca’ la proteina in quella particolare forma nella quale i due R coinvolti si son trovati ad essere vicini.
    [Approfondimento per chi sa già un pochetta di chimica organica: l’amminoacido in questione si chiama cisteina ed ha nel suo R un gruppo -SH (un tiolo), quando due gruppi -SH si trovano vicini nello spazio può avvenire con facilità una reazione di ossido-riduzione che porta alla formazione di un gruppo -S-S- (un ponte a disolfuro) che quindi lega assieme due cisteine vicine non necessariamente in sequenza ma vicine nello spazio. Questa reazione è facilmente reversibile cambiando le condizioni in cui si trova la molecola].

    E veniamo finalmente alla permanente: la cheratina è una proteina fibrosa che è particolarmente ricca di amminoacidi in grado di formare questi legami che vi ho appena descritto tra gruppi R vicini nello spazio e quindi la sua forma è bloccata da una grande quantità di questi legami i quali, pur essendo forti, possono tuttavia, in particolari condizioni, essere facilmente rotti e poi riformati.
    Quando si fa la permanente i legami che bloccano la cheratina nella sua forma nativa vengono rotti grazie a reagenti appositi e quindi si ottiene una cheratina molto meno rigida, ‘modellabile’, e a questo punto se si avvolgono i capelli in bigodini dando loro la ‘piega’ desiderata e poi si accelera la reazione di riformazione dei legami tra i gruppi R (reazione che comunque avrebbe luogo per effetto dell’ossigeno dell’aria, ma nel giro di qualche ora o di qualche giorno) con un altro reagente, quando i legami si riformano le coppie di gruppi R coinvolte non sono più quelle di prima perché i capelli son costretti in una particolare posizione dai bigodini e quindi i nuovi legami imporranno alla cheratina una forma diversa da prima.
    E a questo punto, ogni riccio un capriccio ;o)

    Piccolo pensiero che mi è venuto proprio oggi (eqquindi non è una cosa che so per certo, potrebbe essere pure una solenne boiata, prendetela con beneficio d’inventario): i gruppi R coinvolti in questi legami che stabilizzano la forma della proteina e che son così abbondanti nelle cheratine contengono un gruppo solforato che si chiama tiolo, e i tioli sono tra le sostanza più puzzolenti dell’orbe terracqueo (la puzza infame di alcuni di loro è tale da far rovesciare lo stomaco come un calzino), tanto che tracce di tioli vengono mescolate al gas metano (che di suo sarebbe inodore) per rendere possibile l’individuazione precoce di perdite di gas.
    E allora ho pensato: che sia per quello che quando si bruciano i capelli, o i peli, o le penne delle galline o comunque dei pennuti si sente quel caratteristico e assai sgradevole odore di ‘pennotto’?
    E’ solo un pensiero, ma forse ha senso (e forse anche no, se qualcuno sa qualcosa al riguardo, parli ora oppure anche più avanti ;o))

    #10910
    Beelato
    Partecipante

    Capretta, m’è venuta in mente una cosa: visto che hai detto che pensi di usare un po’ di quel che ho scritto in questo articolo per spiegare l’argomento ai tuoi studenti, ho pensato di avvertirti di un particolare sul quale è necessaria una precisazione, ché sennò i ragazzi possono equivocare.
    Ai miei discepoli, come esame, faccio un test a risposte aperte (ché non ricordo più chi disse giustamente che “i test a risposta multipla non educano generazioni di pensanti”) eqquindi a sconto dei miei peccati ho modo di toccare con mano quanta parte è ‘arrivata’ agli studenti dei metri cubi di fiato che investo per istruirli; in questo modo mi sono accorta che su questo argomento a volte i ragazzi equivocano e pensano che la particolarità delle molecole chirali sia di avere un’immagine speculare (sì, lo so, lo so, ci vorrebbe un Facepalm grande come il Colosseo, ma questo è il dato di fatto), e quindi bisogna insistere in modo particolare sul fatto che la particolarità consiste non certo nell’avere un’immagine speculare, ma nel fatto che questa immagine speculare non è sovrapponibile all’originale.
    Hehe, io di solito dico loro che tutti quanti, tranne i vampiri, hanno un’immagine speculare, ma solo alcune cose hanno l’immagine speculare che non è sovrapponibile all’originale.
    Messa così se lo ricordano meglio ;o)

    #10924
    Capretta Amaltea
    Partecipante

    Eccomi… ti ringrazio per la precisazione, utilissima. Anche se i miei studenti in genere non ci pensano molto alla chiralità, nè alle molecole in generale. Loro fanno medicina, vorrebbero subito lo stetoscopio e il camice, gli riesce difficile accettare che bisogna ANCHE imparare delle cose sulle molecole per poter essere bravi medici. E purtroppo io invece faccio i test a risposta multipla, non ho molta scelta dati i numeri di discenti (passerei la maggior parte del mio tempo a fare esami), quindi le generazioni di pensanti cerco di educarle per quanto posso PRIMA degli esami. Certamente quest’anno, ispirata dal tuo scritto, insisterò di più sulla chiralità…

    #10926
    Beelato
    Partecipante

    Sì, di solito i medici alle molecole non ci pensano, è già tanto se sanno che ci sono… ;o)
    Fai benissimo a cercare di educarli alle meraviglie dell’organismo umano anche a livello molecolare: io ai miei insegno sempre che il nostro organismo è un meraviglioso laboratorio chimico in cui avvengono, in condizioni estremamente blande, delle reazioni sofisticatissime ed estremamente selettive, anche (e non solo!) grazie al fenomeno della chiralità.
    Insomma, dico loro che l’organismo che hanno ‘in dotazione’ è come una Ferrari e va trattata al meglio, quindi per esempio non è furbissimo farla andare a metano (vegetariani), o a etanolo (alcolici in quantità eccessive) o a protossido (fumo e droghe) o a tisana alle erbe (vegan).

    Quanto ai test a risposta multipla, non volevo esser supponente, mi rendo conto che ben altra cosa è avere centinaia d’elaborati d’esame da correggere ad ogni appello anziché averne un centinaio in corrispondenza dell’appello più frequentato dell’anno.

    #10927
    Broono
    Partecipante

    @Pabos:

    Il discorso che fai è corretto, ma legge il mondo religioso da uno solo dei due lati necessari per averne il quadro completo.
    Il tuo discorso, in sostanza, si regge sul concetto di “premio”, che è strettamente legato a quello di “merito” e così facendo analizza solo la parte positiva del comportamento del credente, cioè quella che si occupa di stimolare i comportamenti virtuosi con l’idea del premio.
    Questo esiste e certamente è uno dei pilastri principali, ma l’architettura non reggerebbe se non ci fosse anche (e nel caso del cattolicesimo soprattutto) l’altro lato della medaglia, quel bastone che insieme alla carota del premio si occupa della punizione.
    Non per nulla per esempio il distintivo che distingue (appunto) il cattolico da chi non lo è non è il premio finale, condizione positiva che si riscuote a fine viaggio, ma il peccato iniziale, condizione negativa che si ritira alla partenza.
    Il meccanismo per condizionare il comportamento non passa quindi tanto dalla promessa del premio, quanto dalla garanzia della punizione nel caso in cui la condotta di vita non “ripagasse” quello che viene imposto come vero e proprio debito di partenza.
    Il cattolico non nasce con il paradiso garantito, quindi una condizione di credito, e il rischio di perdere la condizione favorevole di partenza nel caso in cui non seguisse le regole, ma esattamente all’opposto nasce con il peccato originale di default, quindi una condizione di debito, che va ripagato con la scelta di non deviare dai binari imposti come unica via a disposizione per modificare quella condizione di debito iniziale e quindi con il seguire le regole che dal giorno della nascita in poi ti verranno consegnate.

    Allora perché una religione che impone a ciascun essere vivente una condizione di debito di partenza che viene assegnata non per demerito personale ma per semplice appartenenza al genere umano, trova inspiegabilmente miliardi di seguaci che le si consegnano (più o meno) spontaneamente?
    Cosa permette al cattolico di tollerare, fino a condividerla, questa vera e propria condanna preventiva?
    Il vero premio che la religione ti garantisce in cambio, che non è il paradiso, una promessa ipotetica su un indimostrabile domani alla quale ben pochi cattolici credono seriamente, ma è quel fatto là che porta il luccicante nome di “deresponsabilizzazione”, un bonus che al contrario del paradiso puoi spenderti qui sulla terra e in maniera tangibile, al contrario della promessa dell’ultraterreno che ok, ci credi ma la mano sul fuoco nessuno ce la può mettere.
    Questo è ciò che permette al cattolico di accettare e anzi desiderare la guida divina durante il percorso, il fatto che attribuendo a un entità superiore la responsabilità della propria vita in terra e conseguenti direzioni, quindi non solo l’avvio o il termine di quella vita ma il suo intero corso, diventa automatica la possibilità di non fare propria la responsabilità di ciò che “durante” quella vita si compie.
    Se hai un disegno divino superiore da mostrare come tuo personale roadbook, una mappa prestabilita che prescinde dalla tua volontà, hai la soluzione a qualsiasi responsabilità per le direzioni che prenderai.
    Eliminata quella responsabilità, il bonus lo puoi incassare in tutta la sua potenza e cioè non ponendoti limiti.
    In nome di dio potrai persino uccidere e la cosa paradossale è che più la violenza è compiuta in nome di un dio più, guarda caso, quella violenza si concede di spingersi all’efferatezza anche là dove non ce ne sarebbe bisogno.
    Perché non sei tu a compiere la scelta, tu compi solo il gesto, un gesto del quale non porti però la responsabilità e per questo potrai concederti il lusso dell’estremo altrimenti ingiustificabile a meno di non assumertene interamente la vera responsabilità, quella complessiva e cioè quella che oltre alla responsabilità del “cosa” ti imporrebbe di assumerti anche quella del “come”.
    Nessun uomo, psicopatici esclusi, saprebbe reggere il peso di un Come sovradimensionato rispetto ai confini del necessario per realizzare il Cosa.
    Ma l’uomo ha bisogno di violare quei confini, è un bisogno innato, e in questo arriva in soccorso la religione che su questa offerta di immunità regge l’intero impianto: tu non avrai colpe se non quelle minime risolvibili con una confessione, le responsabilità importanti saranno tutte a carico del dio al quale ti dovrai però consegnare completamente.

    Non è il paradiso, non il premio, a fare da collante per il gregge.
    E’ la deresponsabilizzazione e conseguente immunità terrena.
    Per questo uno dei nemici principali delle religioni che usano questo come collante è quel fatto che sta al polo opposto della deresponsabilizzazione e cioè l’autodeterminazione.

    #10931
    Anonimo
    Inattivo

    @Broono:
    Credo che a livello individuale il premio, o se preferisci la mancanza di una punizione, costituisca un elemento significativo nel far sì che la religione venga accettata dal credente o dalla persona che si accontenta della promessa di una vita ultraterrena migliore di quella terrena e ad essa alternativa.
    Concordo sul fatto che l’elemento “deresponsabilizzazione” abbia assunto nel tempo un peso importante nella diffusione di molte religioni. Non sono un esperto in materia ma mi sembra abbastanza evidente almeno nelle tre religioni monoteiste che vanno per la maggiore.
    Tuttavia, mi sembra che qui, più che la religione, entri in ballo la chiesa.
    Mi pare ci sia una notevole differenza tra i primi cristiani che si facevano massacrare e i crociati che più tardi se ne andavano a massacrare gli infedeli, forti di una assoluzione preventiva per qualsiasi nefandezza potessero compiere.
    Direi che i primi erano mossi da una fede religiosa, i secondi erano pilotati da una chiesa secolarizzata che ha strumentalizzato la fede, rielaborato scritture e concetti, creato dogmi che nulla hanno a che vedere con la fede e che sono solamente funzionali a stabilire e mantenere una struttura di potere.
    Forse un altro modo di vedere le cose potrebbe consistere nel dire che la fede (o la speranza del premio/mancanza di punizione) fornisce una risposta (per certi versi facile) a domande che l’individuo si pone in quanto tale, la chiesa (o la deresponsabilizzazione) agisce su un piano collettivo, fa da collante al gregge consentendo e spesso imponendo al credente determinanti comportamenti.
    Nel primo commento, e forse un po’ anche qui, ho mescolato termini come fede, religione e chiesa, sicuramente legati tra loro, ma profondamente diversi.
    Credo che oggi siano le chiese, non la fede e non la religione, a muovere i greggi.

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