buon anniversario

Molto tempo fa un mio cliente mi chiese di occuparmi di un impianto che stava costruendo per un ente pubblico, e dovetti recarmi sul posto per la messa in servizio e il collaudo dei macchinari (si trattava di apparecchiature per il riscaldamento, per l’acqua calda sanitaria, quadri elettrici e cose del genere).

L’ente pubblico in questione era il carcere di Rebibbia, il più più grande carcere di Roma, e uno dei più grandi carceri in assoluto., nel quale erano in corso lavori di ristrutturazione.
Per la prima volta in vita mia ebbi così l’occasione di entrare in un carcere vero, con i detenuti, le celle, i secondini e tutto il resto. A proposito, guai a chiamarli secondini… dai detenuti pretendono di essere chiamati “Superiori”. Nemmeno “guardia” gli piace. L’ho capito dall’occhiataccia del secondino al quale dissi: “Aò, guardia, apri sto cancello”. Dai non carcerati accettano di essere chiamati al massimo”agenti”.

Rimasi colpito dai detenuti. Prima di allora gli unici detenuti che avevo visto erano quelli dei film americani, dove ci stanno quelli intelligenti e cazzuti che progettano la fuga e quelli cattivi, ma propio cattivi, che fanno paura a guardarli. Li niente. Facce inespressive da lobotomizzati, occhi bassi , andature strascicate, spalle curve. Se li guardi negli occhi, abbassano lo sguardo.

Eppoi tanfo, puzza di sudore, di cucinato, di panni sporchi, eppoi polvere, sporcizia, intonaco scrostato, e, sbarre, sbarre, e ancora sbarre. Sbarre ricoperte da infinite mani di vernice, grigie come la faccia di chi ci sta dietro.

I secon… gli agenti stravaccati dietro le scrivanie sparse nei corridoi, con la cintura allentata, il colletto sbottonato, e la tazzina sporca di caffè sempre presente, non evocavano tanto il brigadiere Cafiero quanto il secondino sadico del Miglio Verde. Ogni 20 metri di corridoio un cancello, ogni cancello, un secondino, ogni secondino un mazzo di chiavi. Ogni corridoio sbarre a destra a e sbarre a sinistra, neon che sfarfallano, gente che caga (i cessi delle celle sono visibili dal corridoio), gente che dorme, gente che fuma, chi mangia qualcosa, chi dorme. C’è silenzio, parlano poco. Probabilmente si sono già detti tutto.

Cammino nel corridoio del braccio G7 e ho come un dejavu… Cazzo, ma qui ci sono già stato? Ma quando? In un’altra vita?

Eppoi, piano piano, affiora il ricordo. A me questo squallore, questa sporcizia, questo degrado, queste facce lunghe, questa gente in divisa con l’espressione più fredda di un merluzzo congelato mi è familiare, perché l’ho già visto da qualche parte: è stato quando ero ragazzino, quella volta in Bulgaria, e poi in Yugoslavia, quando si andava a trovare i parenti a Trieste, e si passava la frontiera per far benzina dall’altra parte.

In quel momento ho realizzato una cosa: li dentro avevano tutti un alloggio, vestiti, e cibo gratis, e non erano costretti a lavorare per vivere.
Chi voleva poteva dare una mano in cucina, ma lo faceva più per avere qualche vantaggio che per reale necessità..
Insomma era la perfetta realizzazione dell’utopia socialista, e come nei paesi socialisti, le guardie spiavano tutto e tutti, ed avevano fucili per sparare a quelli che avessero cercato di evadere.

Ma paragonare il socialismo al carcere sarebbe ingeneroso. Per il carcere.

A Rebibbia infatti si mangiava discretamente, la mensa era ben fornita e di buona qualità. Il cibo, così come l’energia elettrica e il riscaldamento, non erano beni primari prodotti dai carcerati, ma forniti dall’esterno, tramite le tasse dei contribuenti.

Nei paesi socialisti, dove non ci sono i contribuenti che mantengono i comunisti fornendo cibo ed energia dall’esterno, soffrono il freddo e la fame.

Buon anniversario del Crollo del Muro.

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