Serenissima – la caduta

Sul ‘700 veneziano ci sarebbe molto da raccontare perché, nonostante le casse dello Stato fossero vuote, la crisi politica, la perdita della potenza militare e conseguente credibilità internazionale, le arti non si sono fatte coinvolgere. Basti pensare ai due Tiepolo e a Canaletto e molti altri nella pittura, a Goldoni e la commedia dell’arte nel teatro, l’inaugurazione della Fenice, ma soprattutto la Venezia settecentesca fu il centro della musica europea, con Vivaldi, Marcello, Albinoni e tantissimi altri compositori meno conosciuti. E nonostante la crisi, Venezia non era mai stata così bella e così lieta e la sua douceur de vivre così piena. La decadenza economica non aveva scalfitto l’accumulo di ricchezza che risaliva ai primi mercanti del medioevo. Venezia non era mai stata toccata. In dieci secoli nessuno era riuscito ad arrivare più in là delle lagune. E la sua bellezza, i suoi tesori, le sue opere d’arte (in larga parte depredate successivamente dal Bonaparte) l’architettura dei palazzi che dominavano la città, meriterebbero un capitolo pieno.

 

Anche questa ultima parte sulla sua caduta, non m’è riuscita in un articolo unico. Le vicende italiane intrecciate con quelle europee in mano a colui che tramite l’arroganza e l’inganno le diede il colpo fatale per cadere, spingono a scrivere oltre ai luoghi comuni, frutto della propaganda francese e successivamente austriaca, che hanno tramandato una città dedita ai bagordi in attesa della fine, ma anche per una lettura storica sempre attuale.

 

Il 10 febbraio 1789, mentre la città era pervasa dall’allegria del carnevale, stava morendo il doge Paolo Renier. Nel suo coma continuava a chiedere chi potesse succedergli e alle varie risposte dei presenti al suo capezzale rispose che la Repubblica “xe in sconquasso, ocore un ricon, e i farà Lodovico Manin”. E fu profetico: fra i vari concorrenti, un conclave spendaccione e festaiolo elesse il procuratore Manin, un grande latifondista friulano, ricco come un Creso. “I ga fato dose un furlan, la Repubblica xe morta”, commentò Piero Gradenigo, appartenente a una casata antica come Venezia. Ludovico Manin, l’ultimo doge di Venezia, fu tramandato ai posteri con il cliché del poveraccio pieno di paura, ma la realtà fu quella di un politico conservatore, la cui preoccupazione principale fu il gattopardesco far sì che nel radicale mutamento della Repubblica, nulla mutasse davvero.

 

Villa Manin, Passariano, residenza del doge Ludovico Manin e sede del trattato di Campoformido

Villa Manin – Passariano, residenza del doge Ludovico Manin e sede del trattato di Campoformido

 

Nel maggio 1789 la riunione degli Stati Generali di Francia aprì una delle vicende fondamentali per la storia dell’umanità: la Rivoluzione Francese. Ma già dall’anno precedente l’ambasciatore veneziano a Parigi aveva ammonito Venezia che la situazione era esplosiva e si doveva uscire dall’isolamento cercando alleanze. Appello che rimase inascoltato. L’isolamento rimase una vera ossessione, tanto da rifiutare un’alleanza antiturca con l’imperatore Giuseppe II e Caterina la Grande di Russia. L’anno successivo, nel 1790, l’ambasciatore a Torino denunciò gli obiettivi francesi per una rivoluzione europea, ma rimase anch’esso inascoltato, anche quando, trasferendosi a Londra, raccolse a Basilea informazioni estremamente gravi sulle mire francesi in Italia, soprattutto sulle sue ricchezze.

 

Al diffondersi delle idee democratiche, l’opinione pubblica del territorio veneziano reagì in modo disforme. Nella Serenissima Dominante le nuove idee attecchirono poco perché mancava la “materia prima”, ovvero il malcontento. Al contrario, nel dominio di terraferma, la frustrazione della nobiltà e della borghesia trovarono addito nelle idee rivoluzionarie, mentre allo stesso tempo, a livello popolare, le differenze sociali, lo sprezzo con cui la nobiltà di provincia trattava il popolo (ormai non più protetto dalla Serenissima) e una serie di carestie esacerbarono gli animi. Esplose così, in maniera drammatica, la dicotomia capitale-dominio.

 

A livello centrale continuò l’acquiescenza, tanto da rifiutare ancora nel 1791 una lega difensiva da parte del re di Sardegna e l’anno dopo rifiutò di aderire a una coalizione europea contro la Francia, mentre nel 1793, il senato accettò le lettere credenziali dell’incaricato della novella Repubblica Francese, fra il malcontento popolare.

 

Nel novembre 1794 l’ambasciatore inglese protestò contro il gradimento dell’agente diplomatico francese, che fece ufficialmente il suo ingresso a Venezia “invitandola” a conservare la sua neutralità. A tal proposito ci fu in seguito un forte dibattito in Senato sull’integrità e i principi sacri del diritto delle genti, di cui, come si dimostrò da lì a poco, ai giovani generali francesi non sarebbe importato nulla.

 

Dopo la fine del Terrore, le giornate di Termidoro e la caduta di Robespierre, si pensò di normalizzare le relazioni inviando a Parigi un nuovo diplomatico che fu ricevuto con toni idilliaci, per cui i rinnovati avvertimenti del nuovo ministro veneziano a Torino e del conte Sanfermo da Basilea, che aveva redatto un rapporto dove indicava con duro realismo i motivi per cui la neonata Repubblica francese e la vetusta Repubblica aristocratica di Venezia non avrebbero mai potuto convivere, non furono presi in considerazione.

 

La dichiarazione dei diritti dell’Uomo e dei cittadini

La dichiarazione dei diritti dell’Uomo e dei cittadini

 

In Francia, il potere passò al Direttorio nel febbraio 1796 e l’agente diplomatico francese annunciò al Senato che centomila repubblicani sarebbero scesi in Italia per cacciare gli austriaci. Mentre il potere supremo delle forze austriache fu conferito al feldmaresciallo Beaulieu, il comando dell’armata francese in Italia fu affidato a un giovane generale di 28 anni dal nome italiano: Napoleone Bonaparte. Il seguito fu storia d’Italia e d’Europa. Nell’aprile del 1796 i piemontesi crollarono, e con essi un baluardo militare italiano, seguiti dagli austriaci. A maggio il Bonaparte, fregandosene del diritto delle genti, violò la neutralità di Parma, passò il Po, costrinse Beaulieu a cedere la Lombardia austriaca, avvicinando le truppe francesi, in un’evoluzione tanto rapida quanto inaspettata, al territorio veneziano, che seguendo la politica della neutralità disarmata, era sguarnito di qualunque presidio, consegnando in pratica città e campagne nelle mani dei belligeranti.

 

La successiva violazione della neutralità da parte degli austriaci che occuparono Peschiera fu pretesto di minacce da parte di Napoleone che accusò Venezia di combutta con l’imperatore, violandone a sua volta la neutralità entrando a Brescia. L’anno 1796 trascorse fra le violenze degli uni e degli altri, ma soprattutto francesi, tra le proteste diplomatiche a Parigi e a Vienna e meticolose disposizioni per la difesa lagunare.

 

Il 1796 fu un Annus Horribilis nel quale è lungo scendere nei particolari se non trarne un quadro di massima: il primo elemento fu che Napoleone voleva spingersi rapidamente dentro il cuore dell’impero germanico in concomitanza con le forze del Reno. Le guerre del ‘700 avevano sempre avuto accordi e trattati internazionali e ignoravano la brutalità della guerra senza legge (quella che nel XX secolo abbiamo conosciuto fin troppo bene). Bonaparte anticipò il futuro della tattica e soprattutto nella logistica: per non appesantire la sua armata con l’approvvigionamento, l’armamento e il munizionamento, li faceva gravare totalmente sui paesi che attraversava. Utilizzò inoltre l’arte del bluff, dell’aggressione, della richiesta incessante e crescente, esattamente come furono poi utilizzate durante i grandi conflitti del secolo scorso.

 

Il secondo elemento fu che la Repubblica era ormai convinta di non poter fare nulla per salvaguardare la neutralità, le requisizioni forzate, le ruberie, le violenze e le devastazioni. La parola d’ordine in Senato fu quella di non provocare i francesi. Una politica di contenimento portata agli estremi. Non si prese nemmeno in considerazione di ritirare le poche forze e assieme all’armata navale, difendere le lagune. Le circostanze rispetto al passato erano senz’altro diverse, ma anche gli uomini.

 

Contemporaneamente nella terraferma resuscitò l’antico rancore della nobiltà provinciale, che sfogò il suo astio verso il governo centrale abbracciando le nuove idee democratiche di liberté égalité fraternité, per riprendere quel predominio sociale, e la posizione di assoluto privilegio, che la politica veneziana aveva attenuato e sminuito. Mentre la plebe riconobbe gli antichi oppressori, sotto mentite spoglie, e non nascose la propria ostilità per i neodemocratici dell’aristocrazia. In Dalmazia la garanzia della difesa contro il turco e dalle scorrerie dei pirati, aveva sempre alimentato un profondo lealismo nei confronti della Repubblica, tanto che gli schiavoni le rimasero fedeli fino all’ultimo.

 

La Repubblica Cispadana

La Repubblica Cispadana

 

Nel mese di maggio 1796, i francesi presero Milano e Livorno, aggredirono il papa, occuparono Bologna, estorsero dalla Chiesa milioni di danaro e miliardi in opere d’arte e batterono gli austriaci facendoli ripiegare in Trentino. Spodestarono il duca di Modena e nello stesso mese il Bonaparte fondò la Repubblica Cispadana (nella quale sventolò per la prima volta il tricolore italiano) perché, come scrisse al Direttorio: “ho bisogno di un governo che mi sia devoto.” Nello stesso periodo il ministro degli esteri Delacroix sottopose al Direttorio una serie di richieste le cui risposte (ordini) furono: sì all’espulsione totale della casa d’Austria dall’Italia, no alla totale spoliazione del Vaticano, sì all’annessione alla Francia di Livorno e dell’Elba, sì alla consegna della Toscana, Romagna, Modena, Ferrara e Bologna alla casa di Baviera e sì all’attribuzione della sovranità di Venezia sui principati di Trento e Bressanone. Quindi la Francia non pensava alla distruzione della Serenissima.

 

Nel dicembre 1796 il bailo a Costantinopoli informò il senato di essere stato contattato da un alto funzionario ottomano e dall’ambasciatore di Francia, i quali gli avevano riferito che Venezia non poteva continuare in quel modo e che avrebbero visto bene un’alleanza franco-veneto-turca in funzione antiaustriaca e antirussa. L’incertezza su come si sarebbe comportato l’ipotetico alleato francese (visti i precedenti) la reazione delle fedeli popolazioni dalmate per le quali il turco aveva sempre rappresentato il nemico, la reazione delle popolazioni greche che consideravano la Russia il protettore naturale dei popoli ortodossi e il cambio al vertice dell’esercito austriaco, fecero decidere negativamente il governo veneziano. Non da meno influirono le minacce degli inglesi quando avvertirono la Repubblica che in caso di una alleanza con i francesi, avrebbero inviato la flotta a difesa del porto asburgico di Trieste. Ma soprattutto non esisteva alcun presupposto per un’alleanza fra una Repubblica aristocratica che rappresentava l’Ancién Regime e uno Stato rivoluzionario.

 

La guerra continuò, manco a dirlo, sul territorio veneto, lasciandosi dietro la desolazione delle vigne divelte, dei villaggi incendiati, degli alberi da frutta tagliati. E mentre a Venezia si svolgeva il carnevale e veniva applaudita la tragedia di un giovane greco-veneto, nato a Zante, di nome Ugo Foscolo, nel febbraio 1797 la fortezza austriaca di Mantova capitolò, il Bonaparte invase nuovamente gli Stati della Chiesa sconfiggendo e umiliando il papa e costringendolo alle più penose spoliazioni.

 

Il Direttorio incaricò il generale Clarke di trattare con gli austriaci, in particolare con il barone Thugut che aveva sempre accarezzato il sogno asburgico di annettere la terraferma veneta all’augusta dinastia asburgica. E mentre gli illusi guardavano alla Francia come liberatori, l’imperatore Francesco II scriveva al fratello che, nel caso avesse dovuto cedere il Belgio alla Francia, la Repubblica avrebbe rappresentato l’indennizzo da richiedere. Le sorti di Venezia furono quindi messe nel calderone europeo, indipendentemente dalla sua fiacchezza, dalla rassegnazione e dall’atteggiamento sprovveduto dei suoi regnanti.

 

L'albero della libertà in Piazza della Legna a Bergamo.

L’albero della libertà in Piazza della Legna a Bergamo.

 

Nel marzo 1797 ci furono i moti democratici di Bergamo, ovvero la rivolta della nobiltà. Infatti sotto l’albero della “libertà” c’erano solo gli aristocratici. Tutto doveva cambiare, purché il potere passasse dall’aborrito governo centrale agli aristocratici locali. Del popolo vero non ci fu traccia, neppure sulle missive del Bonaparte al Direttorio, nelle quali se n’era completamente dimenticato l’esistenza. Nello stesso mese il potere veneziano in Lombardia si sfaldò completamente e Napoleone, in una campagna che lo portava sempre più addentro a un paese ostile, qual era l’Austria, fu inquietato dalle ribellioni contadine del Veneto e lo stillicidio dei giuramenti di fedeltà, tanto da maturare in lui la convinzione che l’esistenza della Repubblica avrebbe rappresentato un pericolo alle sue spalle.

 

Pretesto per la rottura fu un falso proclama antifrancese pubblicato da giornali di Milano e di Bologna. Con retorica furente rinfacciò a Venezia una quantità di torti, molti immaginari, intimando la liberazione dei detenuti parteggianti per la Francia (erano quattro) e il disarmo dei contadini. Contemporaneamente a Parigi il nobile Alvise Querini negoziava l’indipendenza della Repubblica in cambio di settecentomila lire. Una truffa premeditata che si rivelò tale dopo la caduta di Venezia.

 

E mentre il Direttorio ordinava a Napoleone di avanzare verso Vienna, quest’ultimo pensò a un colpo di scena: firmare la pace con l’Austria, ottenendo il Belgio in cambio delle terre venete. Una clausola segreta dei preliminari firmati il 18 aprile 1797 prevedeva la cessione all’imperatore di tutta la terraferma veneta, meno i territori lombardi destinati alla futura Repubblica Cisalpina. Il Direttorio non si era mai spinto a tanto, anzi, fino a pochi giorni prima aveva intimato al Bonaparte di rispettare la neutralità di Venezia. Da quel momento in poi tutto fu commedia. Triste e vergognosa in cui il liberatore d’Italia fece una figura tale, che nemmeno gli storici suoi più assidui ammiratori non sarebbero riusciti a giustificare.