Serenissima – Il declino

La successione e l’eredità di Carlo II, re di Spagna, che fece concludere la pace così velocemente con il trattato di Carlowitz, comprendente la Spagna, la Sicilia, Napoli, le Fiandre e gran parte dell’America, fu causa di una nuova guerra europea, mentre Venezia, intravedendo un ciclone che avrebbe devastato l’Italia, cercò, in sincronia con il Vaticano, di scongiurare il conflitto, senza successo.

 

Scesero in Italia i francesi del Maresciallo Catinat e i tedeschi del principe Eugenio di Savoia, mentre gli emissari del re di Francia e dell’arciduca imperiale cercavano di trascinare la Repubblica dalle rispettive parti, considerandola ancora la maggiore potenza militare italiana, oltre al fatto che il territorio della Serenissima costituiva un passaggio obbligato per lo scontro dei due eserciti.

 

Dopo sofferte discussioni, condite con promesse lusinghiere da entrambe le parti, la decisione del Senato fu quella di una “neutralità armata”, criticata duramente dagli storici successivi, che segnò un processo di decadenza rapido e irreparabile, ma che concesse a Venezia ancora un secolo di indipendenza.

 

Gli eserciti austro-tedesco e franco-spagnolo si affrontarono nella pianura Padana, accompagnati da ogni tipo di brutalità, rapine e soprusi. E mentre da un lato la diplomazia veneziana protestava contro la violazione della neutralità presso le corti francese e imperiale, dall’altro il Senato vigilava attentissimo per evitare scontri fra le proprie truppe e i due avversari, data la sproporzione delle forze, che venne interpretata come debolezza, tanto che sul mare finì per sancire l’annientamento, dopo sette secoli, del predominio sul Golfo. Navi da guerra asburgiche e altrettante francesi si sfidarono nell’Adriatico, approdarono a Chioggia, ad Aquileia, a Pirano e nello stesso porto di Venezia, anche se nel frattempo continuarono le lusinghe e le pressioni da ambo le parti per acquisirne l’alleanza.

 

Venezia dopo il trattato di Passarowitz

Venezia dopo il trattato di Passarowitz

 

Dopo dodici anni, nel 1712, ci fu finalmente la conferenza di pace a Utrecht, con il plenipotenziario veneziano, dove inizialmente si discusse su una confederazione italiana da formare attorno a Venezia, proposta dai ministri di Savoia e di Toscana, preoccupati della prepotenza austriaca in Italia, e dall’Inghilterra. Ma tutto fallì quando si cercò di riunire i rappresentanti di tutti gli Stati italiani, assillati solo dai propri particolari interessi e uniti nella paura degli austriaci. La Repubblica ne uscì molto preoccupata, a ben ragione, soprattutto quando, conclusa la successione spagnola, si trovò circondata da tre lati dai domini imperiali.

 

Nel frattempo il bailo a Costantinopoli continuava a lanciare segnali di allarme: i turchi si stavano riarmando per vendicare il duro boccone inflittogli da Francesco Morosini. La Repubblica si trovò impreparata e senza armamenti per “non irritare il turco” nell’utopia di un recupero del commercio con il levante, applicando la politica del “contenimento”, usata dall’Occidente anche in tempi recenti. In realtà la “neutralità armata” e le fortificazioni in Morea avevano fatto precipitare il debito pubblico di cinque milioni di ducati, ridotto gli interessi dei titoli di Stato dal 4% al 2% e la Morea, fortificata fino all’inverosimile con grosso dispendio di denaro, contava poche migliaia di uomini. L’ostilità delle popolazioni locali, il morale basso, la sfiducia e la convinzione che la Morea fosse intenibile, gettarono le premesse di un cedimento morale generalizzato. Eppure, fra perdite e conquiste, la lega stipulata con l’imperatore Carlo V, nonostante la superiorità numerica della flotta ottomana, la Repubblica riuscì a mordere ancora. Ma come nel recente passato, gli avvenimenti avanzarono sormontandola. I turchi chiesero la pace agli imperiali che fu firmata a Passarowitz nel 1718. Venezia, presente con il plenipotenziario Carlo Ruzzini, lo stesso di Utrecht e di Carlowitz, perse la Morea, conservò le conquiste nell’Epiro ed ebbe la parità doganale con i concorrenti ponentini, ma come potenza coloniale cessò di esistere.

 

Il clima sonnacchioso che ne seguì, maturò nei confronti del turco una forma di bonaria indifferenza, cambiando l’immagine del turco fanatico e crudele con quella del buon turco, onesto e serenamente rassegnato alla volontà del Profeta, mentre l’impero si avviava a diventare il “malato d’Europa” le cui spoglie furono spartite fino al 1919.

 

Furono quindi queste le tristi premesse del ‘700 veneziano: accerchiamento austriaco in terraferma, perdita del dominio d’oltremare ed una economia in dissesto. Il porto di Venezia era ormai diventato solo il porto del suo entroterra, diventato il maggior fornitore di reddito. Reddito logorato dalla pressione fiscale che per essere contrastata obbligò a un ricorso continuo di colture di alto profitto, come frumento e vigna, a danno dei pascoli (con conseguente diminuzione dell’allevamento ovino e successivo indebolimento dell’industria tessile) e dei boschi con grave danno per l’industria navale. Il tutto nutrito dal passaggio rovinoso dei due eserciti durante la neutralità armata a cui seguì l’impoverimento della popolazione contadina e l’aumento del brigantaggio.

 

A discapito dei luoghi comuni raccontati da storici moralisti dell’epoca, la classe politica non rimase a guardare dedicandosi a feste e goderecci in attesa della fine. Venne creata a Padova una cattedra di agronomia alla quale fu aggiunta una di veterinaria, venne incoraggiata la coltura del gelso per incrementare l’industria serica, furono eletti i provveditori e inquisitori sopra i boschi per frenare i disboscamenti, fondazioni di accademie di agricoltura in molte città, con conseguenti politiche di istruzione dei coltivatori, fu pubblicata la Dottrina Agraria di G.B. Beltrame.

 

I murazzi a difesa della laguna

I murazzi a difesa della laguna

 

Presero vita nuove attività artigiane e industriali, grazie agli inquisitori alle Arti, come ceramiche e porcellane, cartiere e stamperie. E le opere pubbliche fecero sentire la volontà dei governanti, nonostante la mancanza cronica di denaro, come le bonifiche, la regolazione dei fiumi e la grande impresa per la difesa della laguna mediante la costruzione dei murazzi, la grande diga che da Malamocco a Chioggia, a tutt’oggi, difende i lidi dalle mareggiate dell’Adriatico, formata da macigni portati per nave dall’Istria e tratti a riva con le gomene. (Chissà se il Mose ne sarà all’altezza? Ndr).

 

Ma nonostante le molteplici idee, alcune buone, altre meno, nel contesto abbastanza creative, fra proposta e realizzazione ci fu un divario, le volontà dei vertici divennero sempre più rattrappite e impastoiate. La realtà raffigurava una classe politica al potere in crisi, e in crisi gravissima, le cui cause erano tutte interne. Dalla serrata del Maggior Consiglio nel 1297, molte famiglie furono aggiunte al nucleo primitivo, ma il numero delle famiglie estinte era ragguardevole. La sola guerra di Candia aveva eliminato un quarto del Maggior Consiglio con duecentottanta patrizi uccisi. Oltre a questo, l’assottigliamento del patriziato fu dovuto alla pratica dei fedecommessi: per conservare il patrimonio si sparse l’abitudine di far sposare un figlio solo, costringendo gli altri al celibato o al convento. Ne seguì una sostanziale riduzione del patriziato ricco al quale fece riscontro la prolificità del patriziato povero, non sufficiente, però, a rimpolpare il Maggior Consiglio. Le famiglie ricche si incrociavano fra loro concentrando i patrimoni in una cerchia sempre più ristretta, formando un’oligarchia nel seno del patriziato. Quel malanno tanto scongiurato in tutta la storia della Repubblica, la concentrazione del potere nelle mani di pochi, si stava avverando.

 

Castello di Udine, residenza del luogotenente veneziano

Castello di Udine, residenza del luogotenente veneziano

 

Oltre a questo si accentuarono le distanze fra i patrizi ricchi e poveri, in quanto, a causa della crisi economica, le cariche più alte non vennero più remunerate dallo Stato e i patrizi nominati dovevano sostenerne le spese con fondi personali, da cui solo i ricchi potevano ambire ai più alti posti di potere, come i capitaniati di Padova, Verona e Vicenza o la luogotenenza del Friuli, mentre i patrizi poveri (pur avendo parità di voto nel Maggior Consiglio, voto che spesso vendevano) si dovevano accontentare di cariche minori. Fra i nobili poveri c’era anche da distinguere tra coloro che non avevano beni tali da potergli permettere cariche importanti e i barnabotti, pieni di miseria, di debiti e di figli.

 

Ulteriore elemento di crisi fu l’allontanamento del patriziato da ogni attività produttiva. Per un’aristocrazia da secoli composta di mercanti e armatori, di banchieri e naviganti, fu uno snaturamento radicale. Il patriziato ricco si manteneva con le rendite delle proprietà e con i Titoli di Stato. L’attività mercantile era in mani borghesi, mentre quella artigiana in mani plebee, quando il patriziato era confinato alle sole funzioni dell’attività statale.

 

La ristretta oligarchia di Venezia fu motivo di malumore soprattutto dall’entroterra che aveva subìto da tempo la distinzione fra due piani subordinati: la capitale (Serenissima Dominante) e il dominio di terraferma in basso. Il termine dominio parlava chiaro, ma più di tutti il termine sudditi applicato a tutti gli abitanti del dominio, qualunque ne fosse il ceto, che non si sentirono più rappresentati da uno Stato forte e rispettato.

 

Le classi povere si sentirono abbandonate mentre le classi privilegiate nutrivano rancore verso colei che non aveva mai rinunciato alle proprie caratteristiche originarie di città-stato e non aveva mai voluto amalgamare il mondo dell’entroterra lombardo-veneto con il proprio, né politicamente, né economicamente. Quindi lo “scollamento” della terraferma dalla capitale si rivelò e rimarrà una delle maggiori componenti di crisi e decadenza della Repubblica.

 

L'Europa alla vigilia della Rivoluzione francese

L’Europa alla vigilia della Rivoluzione francese

 

Ma altrettanto grave fu la perdita del prestigio internazionale in quanto la diplomazia non aveva più alle spalle uno Stato ricco e ben armato, ma solo derivato dalla lunga tradizione, essendo la Repubblica di Venezia lo Stato più antico d’Europa. Anche il mito della saggezza del Senato era tramontato, sostituito dalla convinzione che la Repubblica avesse, ormai, i giorni contati.

 

La supremazia austriaca in Italia ebbe su Venezia un effetto opposto a quello che era stata per secoli la sua politica estera. Invece di cercare di bilanciare con altre alleanze lo strapotere, fu sempre più remissiva. Le simpatie viennesi venivano dal riconoscere nel governo imperiale un baluardo dell’assolutismo, praticamente una simpatia ideologica. A differenza della Venezia del ‘500, si rifugiò nella politica dell’acquiescenza verso il più forte, senza più speranza di scrollarsene di dosso la supremazia. Ormai la politica del contenimento stava per rivelarsi sempre più sbagliata e fatale.