Serenissima – Francesco Morosini

Dopo la conquista di Creta da parte del turco, la partita non era ancora chiusa: la fine del XVII secolo vide l’attacco degli ottomani contro l’impero asburgico, quando Vienna venne assediata da un esercito di 150mila uomini.

 

I tempi non erano floridi, anche se la guerra trentennale, dal punto di vista finanziario, era risultata meno catastrofica del previsto, tanto che una buona politica di oculatezza avrebbe potuto riparare i danni del conflitto. Ma non avrebbe più potuto riportare il porto lagunare alla vitalità di un tempo, il commercio con il Levante fu gravemente danneggiato. E per sempre. I porti ponentini di Marsiglia, Genova e Livorno godevano di facilitazioni tariffarie troppo concorrenziali e le misure adottate per arginare la decadenza del porto di Venezia si rivelarono inutili. Il dominio del Mediterraneo era solo un ricordo lontano e la terraferma, un tempo appendice di una economia rivolta al mare, divenne la risorsa primaria dello Stato. Dell’antica potenza marittima rimase solo il predominio sul Golfo, il controllo marittimo dell’Adriatico, gelosamente difeso con la forza della diplomazia e con le armi.

 

Ma nonostante i quattro milioni e mezzo di ducati costati nella guerra di Candia, la classe politica veneziana non era né estenuata, né in decadenza, e fra le non poche opposizioni interne accettò la proposta del re polacco Giovanni Sobieski a partecipare nella lega contro i turchi. Per convincere la Repubblica all’alleanza, i diplomatici imperiali si riempirono la bocca con nomi che fecero presa sui cuori veneziani, come Negroponte, Creta e perfino Cipro, tanto che i preparativi iniziarono ancor prima che fosse stipulata la Societas offensivi et defensivi belli con il papa, l’imperatore e il re di Polonia.

 

Nel 1684 vennero conquistate Prevesa, Santa Maura assieme a Corone e Kalamara, all’apice del Peloponneso. Poi una ad una caddero le piazzeforti dalmate e dopo due anni l’offensiva Veneziana si spinse in profondità. Francesco Morosini con il suo comandante in capo, lo svedese conte di Koenigsmark, si impossessò di Modone, Navarino, Argo, Patrasso, Corinto e sulla sponda della Locride, Lepanto, con l’intenzione di conquistare il Peloponneso (Morea). Una simile serie di successi non si ricordava da tempo a Venezia, tanto che al capitano generale fu dedicato un busto con il soprannome onorifico di Peloponnesiaco.

 

Statua di Francesco Morosini, il Peloponnesiaco, doge di Venezia - Prato della Valle (PD)

Statua di Francesco Morosini, il Peloponnesiaco, doge di Venezia – Prato della Valle (PD)

 

Ma il Peloponnesiaco non si fermò. Prese Mistrà vicino a Sparta e conquistò Atene. Disgrazia volle (recentemente uno storico ha documentato che non fu casuale, ma un attacco pianificato) che una bomba colpisse il Partenone. Dopo essere stato una chiesa per tutto il medioevo, i turchi lo avevano adibito a polveriera. Esplose e nonostante il comandante fosse il conte di Koenigsmark, nessuno gliel’ha mai perdonata al Morosini, consegnato ai posteri come perpetua infamia da archeologi, patrioti ellenici, compilatori di guide turistiche e ciceroni di piazza.

 

Le conquiste di Francesco Morosini, se da un lato risarcirono Venezia della perdita di Creta, dall’altro le consegnarono un territorio coloniale vastissimo, ma impoverito, spopolato, inselvatichito e pieno di problemi. Una nuova macchina mangiasoldi da valorizzare che dopo duecento anni di dominazione turca, condita di uccisioni e di razzie, sarebbe stata un’impresa disperata.

 

Il Peloponneso fu diviso in quattro province sottoposte a un provveditore generale. Furono riassegnati i terreni incolti, fu compilato un catasto generale, vennero attirati coltivatori con privilegi ed esenzioni, fino a far salire la popolazione da meno di novantamila a più di duecentomila in pochi anni. Ma i risultati non diedero i frutti sperati: gli abitanti inselvatichiti non vollero darsi all’agricoltura e gli investimenti del governo veneziano non furono in grado di rivoluzionare l’economia. Al contrario fu importante il contributo degli architetti militari che, come a Cipro e a Creta, hanno lasciato monumenti straordinari, come le fortezze di Nauplia e dell’Acrocorinto, di Modone e di Corone. Ma a conti fatti, fu l’acquisizione stessa della Morea a rivelarsi un grosso errore.

 

Fortezza di Modone (Methoni)

Fortezza di Modone (Methoni)

 

Morosini venne eletto doge nel 1688 e rimase al comando supremo delle forze armate. Nello stesso anno l’esercito imperiale al comando di Eugenio di Savoia e di Carlo di Lorena, tolse ai turchi la Bosnia e la Transilvania, indebolendo la macchina da guerra ottomana. Era il momento propizio per un attacco a Negroponte. Ma la sorte stava cambiando. La scarsa disciplina delle truppe tedesche, la peste che uccise anche il conte di Koenigsmark, l’ostinata resistenza turca, fecero fallire l’impresa. Il doge tornò a Venezia e il suo successore al comando l’anno successivo prese Valona, in Albania, ma morì di febbre infettiva. Il nuovo capitano generale assediò Canea nel tentativo di riprendersi Creta, ma fu costretto ad abbandonare. A fronte di tali fallimenti, fu nuovamente eletto al comando il vecchio doge Morosini che dopo aver conquistato le isole di Salamina, Idra e Spetze, morì a Napoli di Romania (Nauplia) sconfitto dalle fatiche della guerra.

 

Con il nuovo doge Silvestro Valier, il comando fu affidato ad Antonio Zen che subito conquistò Chio, ma si lasciò sfuggire l’occasione di annientare la flotta turca in ritirata. Fu accusato di incapacità e inettitudine. Imprigionato, morì prima del processo. Ma l’armata veneziana non era in declino e aveva ancora molte carte da giocare: nel 1698 il suo sucessore forzò i Dardanelli, si scontrò direttamente con la flotta turca nel mar di Marmara, bloccò gli stretti intercettando i rifornimenti diretti a Costantinopoli, creando il panico nella capitale ottomana.

 

Ma furono gli ultimi sprazzi. Con le schiaccianti vittorie del principe Eugenio, gli Asburgo avrebbero potuto annientare completamente la potenza turca in Europa. Ma lo sguardo imperiale si rivolse altrove: in Spagna la diplomazia francese tramava intorno all’ultimo decadente erede del ramo spagnolo degli Asburgo, quindi ci voleva la pace il più presto possibile.

 

La Repubblica di Venezia dopo la pace di Carlowitz

La Repubblica di Venezia dopo la pace di Carlowitz

 

Alla fine del 1698 la conferenza di pace si radunò a Carlowitz, in Serbia con la presenza dei turchi, degli austriaci, dei polacchi, dei russi e del plenipotenziario veneziano che, dopo interminabili beghe, firmarono il trattato nel gennaio del 1699. Venezia avrebbe conservato la Morea, l’isola di Egina, Santa Maura e Zante, nonché le nuove conquiste in Dalmazia e Albania. Avrebbe dovuto smantellare le fortificazioni di Prevesa, abbandonare Lepanto e le ultime Cicladi in suo possesso. Pur essendo onorevole, quella pace non dette risultati proporzionati allo sforzo militare e finanziario speso. Il principio dell’uti possidetis imposto dall’Austria, vide sfumare ogni speranza di riavere Creta, Negroponte e Cipro.

 

Il secolo finì nella delusione, anche se, nonostante tutto, Venezia lo passò immune attraverso le lotte fra potenze straniere, rimase indipendente e, se la decadenza economica era ben evidente, non gli si poteva ancora associare una decadenza politica e militare, ormai prossima, ma non ancora manifesta.