La guerra nei Balcani – Ottava Parte –

La Terza Guerra Mondiale

Ottava Parte


26) Gli accordi di Dayton

“Gli spazi balcanici contengono più storia di quanta ne possano consumare” Winston Churchill

Il 31 ottobre 1995 si siedono attorno ad un tavolo a Dayton in Ohio i rappresentanti delle parti in guerra nei Balcani e i più importanti esponenti della comunità internazionale. Il luogo è la base militare Wrigth Patterson Air Force. Sono presenti — oltre ai tre protagonisti Milosevic, Tudjman e Izetbegovic — Clinton, Kohl, Major, il mediatore Holbrooke, il segretario di stato Warren Christopher, Biltd per la UE e il viceministro della Russia Ivanov. In realtà (forse perché troppo vecchio o troppo poco energico) per i bosniaci musulmani non sarà il presidente a prendere parte ai negoziati ma Haris Silajdzic. Come al solito l’Europa si presenta divisa. Il rappresentante della UE è lì solo per pura presenza; mentre per bilanciare gli interessi di parte sono presenti — per la Croazia e i bosgnacchi — la Germania e — per la Serbia — gli UK. Oltre ai “pezzi grossi” ci sono le rappresentanze istituzionali di altre comunità toccate dal disfacimento della ex Jugoslavia, come ad esempio i rappresentanti bosniaci della Repubblica Srpska che vivono i giorni dei negoziati da “separati in casa” con i Serbi del governo di Belgrado. In questi negoziati viene alla luce la miseria dell’ideologia nazionalista che ha fatto da detonatore e amplificatore per i cinque anni di guerra, distruzione e vero e proprio terrorismo. Si passano giorni e giorni e notti intere davanti alla mappa dei Balcani per ridisegnare i confini delle nuove entità sovrane. Come ogni guerra passata la “battaglia” si sposta sulle cartine.

Il punto non negoziabile è la divisione (spartizione?) della Bosnia Erzegovina in due entità: la federazione croato-musulmana e la federazione della Repubblica Serba; la prima con il 51% del territorio la seconda con il 49%. Quindi… “51-49” è il punto di partenza delle discussioni.

 

Il primo punto viene condiviso da tutti. A dire il vero i bosgnacchi di Izetbegovic sono tutt’altro che contenti ma il rischio di vedersi annullati dalle due altre forze è troppo pericoloso per cercare altre soluzioni. Dall’altra parte Milosevic non può osare più di tanto dopo aver scaricato Mladic e Karadzic, e cerca di ritagliarsi una immagine di uomo — magari non di pace — ma che cerca di fermare la battaglia nella Bosnia ormai fuori controllo.

Le altre maggiori questioni di disaccordo sono: la creazione di un corridoio neutro per congiungere i territori sotto controllo musulmano con l’enclave di Gorazde…

 

 …e il controllo di Brcko (situata in un punto strategico a nord-est della Bosnia).

 

Dopo varie e incredibili (a volte grottesche) discussioni si arriva ad una soluzione. Accettato il “51-49“, il corridoio di congiunzione; Brcko sarà una amministrazione sotto controllo internazionale e a doppia sovranità: croato-musulmana e serbo-bosniaca. Se la soluzione della doppia sovranità può apparire ingarbugliata, quello che viene approvato per il resto del territorio della Bosnia è fuori da ogni logica di buona amministrazione. Ed è pure normale visto che risponde a logiche nazionalistiche e militari nonché frutto di cinque anni di guerre.


Ogni federazione è gerarchicamente sotto lo stato della Bosnia Ezegovina; le nazionalità all’interno delle due federazioni sono tre; sul territorio la divisione amministrativa è pensata per cantoni autonomi dotati ognuno di un parlamento proprio. I cantoni, a loro volta, sono divisi in municipalità (entità che erano presenti anche prima del conflitto). La funzione di capo dello stato è esercitato a rotazione da una figura politica derivante da una delle tre forze etnico-nazionalistiche. Una macchina burocratica enorme, inefficiente ed in più ostaggio dei veti incrociati che si formano ad ogni livello amministrativo.


Questo è il risultato della disputa sui confini…

 


27) Tutto finito?

Ovviamente no. Che una violentissima crisi di identità etnico nazionalistica sfociata in guerre, atrocità e crimini contro l’umanità potesse risolversi con lo spostamento di confini territoriali era un’ipotesi che anche il più ottimista diplomatico internazionale avrebbe scartato. Dayton servì per fermare il massacro (anzi i massacri) che si stavano perpetrando in Bosnia, nel centro dei Balcani. Fu una “pezza”. Si sarebbero dovuti fare altri passi per la pacificazione del (non più) paese; l’odio etnico continuò strisciante ad avvelenare la vita di tutti i giorni.


Infatti la questione del Kosovo esplose poco più tardi, nel 1996 come una triste replica dei sommovimenti della fine degli anni 80. Altro odio etnico, questa volta tra albanesi e minoranza serba kosovara, altra guerra, altre stragi e bombardamenti NATO. Ai giorni nostri la situazione nei Balcani sembra tornata alla quasi normalità — se per normalità s’intende assenza di guerre e crimini contro i civili — ma una guerra civile di questa intensità non può non lasciare traccia. Sono ancora molti i posti in cui esiste una minoranza (che sia croata, serba, musulmana o albanese poco importa) discriminata e sono moltissime le famiglie che hanno perso i loro cari, le abitazioni e tutto quello che avevano. E spesso si trovano a vivere a contatto con chi quelle case le ha bruciate; oppure si trovano davanti a forze dell’ordine ancora a loro posto ed in servizio attivo le quali sono state protagoniste delle uccisioni dei loro cari. Le cartine e i confini non bastano per sanare situazioni orribili come queste (o altre, ancora peggiori).


Leggendo libri sull’argomento e informandomi in rete due sono le domande che mi si sono poste di fronte. La prima è: come è potuto succedere? In altre parole, quali le cause, chi i responsabili. Mentre la seconda attiene più alla sfera umana, sia individuale che di massa, e cioè: come è possibile trasformare un uomo in bestia?


Per rispondere — o per meglio dire per tentare di rispondere — esaurientemente ci vorrebbero tanti altri articoli. Allora proverò a mettere solo delle riflessioni sintetiche.


Per quanto riguarda le cause è notorio che la classica spiegazione che si dà della disgregazione è che — dopo la fine del regime di Tito — le spinte nazionalistiche, da tempo silenti, non trovarono ostacolo alcuno alla loro diffusione. E’ vero. Il regime di Tito (per quanto “diverso” dai regimi comunisti allineati a Stalin) mantenne un controllo sulla libertà di associazione (partito unico) e utilizzò la censura di stato per “nascondere” rivendicazioni scomode. Quindi — per me — è proprio questo (non solo ovviamente) ad aver accelerato la dissoluzione in modo drammatico della Jugoslavia federale invece che frenarla. E’ stata proprio la mancanza di un libero e cosciente dialogo pubblico sulle possibili diversità di opinione che ha fatto sì che l’unico mezzo di dialogo “pensabile” nello stato post-titino fosse la regola del più forte. Basti pensare a come venivano trattati gli intellettuali dei vari stati etnici che non si allineavano al pensiero dominante nazionalista. Un caso famoso fu quello della scrittrice croata Slavenka Drakulic, bollata come traditrice solo perché — nei suoi scritti — si rifiutò di vedere come nemici i suoi conoscenti e colleghi artisti serbi. 


Anche i referenfum per l’indipendenza di Slovenia, Croazia e quello interno alla Repubblica Serbia di Bosnia furono fatti senza un contorno adeguato di dibattito liberale e democratico inteso come libera ed eguale diffusione di idee e posizioni differenti. Un referendum senza dibattito democratico in cui l’informazione è completamente in mano al governo non è un referendum libero ma plebiscito.


E così mi collego alla seconda domanda. Una volta appurato che dialogo e mediazione non c’è, come si comporta un essere umano civilizzato di fronte ad una sua richiesta sociale e politica? Se pensa che la sua richiesta sia “vitale” per sé e per i suoi concittadini ed in più sa che può averla solo con la battaglia, la guerra e l’uccisione, si fermerà o la cercherà a tutti i costi? Non si deve fare l’errore di pensare che “la battaglia, la guerra e l’uccisione” siano nell’orizzonte individuale del cittadino sociale; il caso più semplice è che queste cose — di solito — vengono demandate ad altri, ad esempio agli estremisti politici e militari. Penso che molta gente comune abbia seguito con più o meno interesse e abbia appoggiato più o meno convintamente le rivendicazione nazionaliste dei vari Milosevic, Tujman, Mladic, per vari motivi… perché assordati e accecati dalla propaganda dei propri governi, perché hanno subito un’esperienza drammatica in cui la parte degli aggressori erano prese dall’etnia nemica, per ideologia, per conformismo… 


Hannah Arendt, nel libro “La banalità del male“, affronta questo argomento con lucida freddezza. Adolf Eichmann era un burocrate, responsabile dell’ufficio statale in cui si pianificavano i “viaggi” in treno degli ebrei verso i campi di concentramento. La scrittrice pensò di trovarsi di fronte un aguzzino, il male in persona, ed invece… invece al banco degli imputati sedeva un misero impiegato, mediocre, il quale asseriva senza rimorso (perché appunto rifletteva ancora con la benda a-morale nazista) che lui “faceva solo il suo lavoro“. La figura del cittadino è diversa da quella dell’eroe. E’ probabile quanto destabilizzante pensare che noi — al suo posto — avremmo continuato a fare “il nostro lavoro“, perché così vedevamo fare a tutti e perché era “legale” e non c’era niente di cui vergognarsi (nella società al contrario del periodo nazista).


 

28) Srebrenica

Parlando dello sterminio degli ebrei nel periodo nazista e di genocidio il pensiero non può che andare a Srebrenica.

Souvenir Srebrenica, 2006, Luca Rosini, Roberta Biagerelli

La nostra stra-citata costituzione nacque in primo luogo da un “mai più“: mai più fascismo. Di “mai più” in Europa e nel mondo — subito dopo il disastro umano della seconda guerra mondiale — se ne dissero e scrissero molti. Mai più guerre, stragi di civili, lager, campi di sterminio, Nagasaki e Hiroshima… Quei “mai più” significarono la linea di demarcazione del rispetto della vita umana e dell’umanità in generale che le nuove società liberali e democratiche non avrebbero sorpassato mai — appunto — e in nessun caso. La storia sfortunatamente testimoniò che — a livello mondiale — quella linea alcune volte venne sorpassata; desaparecidos argentini, campi di “rieducazione” siberiani, armi chimiche in medioriente…


Ma tutto sommato in Europa quel “mai più” risultò vero… fino a Srebrenica. E’ il caso di tenerne conto anche in tempi come questi in cui la vulgata del “non ci sono più le ideologie” impera e per questo tutto viene piegato ad un utilitarismo razionalista che può diventare disumano. Ogni movimento di avvicinamento a quella linea di demarcazione che separa la civiltà dalla disumanità deve essere analizzato e tenuto sotto controllo; di più quando ci sono forze di ispirazione apertamente etniche (di destra) o forze politiche (di destra e di sinistra) che cianciano di una mal interpretata e interpretabile sovranità nazionale ispirandosi a vecchi e nuovi indipendentismi nazionalisti.


Quindi Srebrenica… una cittadina in cui i giorni passavano nella regolarità più assoluta, magari noiosa, magari con i soliti problemi economici ma passava…

Ad un certo punto, dopo continui e veloci passi verso quella linea di demarcazione del “mai più”, si arriva a scoprire un luogo dove mancano luce e gas, stra-pieno di rifugiati. Sotto silenzio vengono deportati e giustiziati più di 8.000 maschi in età di leva e stuprate un numero imprecisato di donne. Come durante il nazismo si stravolge l’essenza dell’indivuduo, la sua morale, tutta la sua sovrastruttura etica e civile. Si passa dal “non uccidere un innocente” a “devi uccidere il tuo nemico anche se innocente”. Questa disumanizzazione non è avvenuta in un giorno — ovvio — ma è avvenuta. In Germania negli anni 30-40 e nei Balcani pochi anni fa. Non sto tracciando un parallelo tra regimi o stati, sto solo prendendo nota del fatto che la volontà di annientamento di un popolo come ideologia accettabile è stata sempre presente — seppure sottotraccia — nella civile Europa fino agli anni 90. Semplicemente non era visibile, ma c’era.


Dicevo… come si diventa bestie è l’altro quesito; come si passa a pensare a dove prendere il pane o dove andare a ballare a ragionamenti come questo…

Souvenir Srebrenica, 2006, Luca Rosini, Roberta Biagerelli

La risposta non può essere una semplicistica presa d’atto che “a noi non può succedere” perché, semplicemente, la storia ci smentisce. Ci ha smentito. Solo in Europa, per ben due volte. Il pessimismo della ragione ci dice che, al momento, risposte non ne abbiamo.


E’ del tutto ovvio che la pace di Dayton non fu un vero e proprio trattato di pace in quanto — come si è visto — la società della ex Jugoslavia era stata modificata dalle varie propagande etno-nazionaliste degli stati in lotta talmente in profondità da ritenere che la pacificazione di questo incredibile e magnifico territorio balcanico sia di là da venire. Soprattutto quando alle difficoltà sociali si sommano anche quelle economiche, maggiormente presenti nella Bosnia centrale e nel Kosovo.

Fine


I video fanno parte del documentario della BBC The Death of Yugoslavia