Il tabù delle costruzioni verticali

Questo articolo è ispirato dalla questione dello stadio della Roma, e in particolare sulle torri sì, torri no. Non voglio discutere dei pregi e dei difetti delle costruzioni verticali rispetto a quelle orizzontali, e non voglio neanche troppo ragionare di quante cubature Roma abbia bisogno. Voglio concentrarmi proprio sull’aspetto della città verticale e sul tabù dell’altezza.

La giunta Raggi non vuole costruire nulla di più alto della cupola di San Pietro rispettando una regola che non è scritta da nessuna parte: ci sono diverse leggende metropolitane che vogliono la regola di non costruire nulla più alto di San Pietro addirittura nei Patti Lateranensi, ma al di fuori dei normali vincoli che impongono di non costruire un grattacielo proprio in centro, nulla vieta la costruzione in periferia, e infatti tutta la questione che vediamo oggi era avvenuta pari pari con la giunta Alemanno durante la costruzione del palazzo EuroSky. La torre EuroSky mi risulta essere al momento la costruzione più alta di Roma escludendo l’antenna di Monte Mario e la Torre Telecom.

Anche Milano nella sua storia ha avuto a che fare con il tabù dell’altezza: ecco in quali occasioni.

La servitù del Resegone

Resegone

Resegone e Pizzo dei Tre Signori con un signor teleobiettivo

Siamo nella Milano austriaca del tardo ‘700 quando la zona di porta Venezia (a nord est rispetto al centro) viene rinnovata: vengono costruiti i giardini pubblici dal Piermarini, vengono spianati i bastioni costruendo la strada rialzata che ancora si può percorrere, ed è proprio questa strada rialzata quella che la Milano bene dell’epoca che si era stabilita in questo quartiere rinnovato utilizzava per passeggiare la sera o per conversare in carrozza e guardare da questa posizione elevata le alpi, e in particolare il monte Resegone.

Per conservare questo spettacolo i nobili chiesero ed ottennero una regola edilizia che proibisse di costruire case che potessero impedire la vista delle montagne, e per questa ragione la zona di porta venezia fu occupata da palazzi di due o tre piani, e dal prato del Lazzaretto (quello dei Promessi Sposi) circondato da una struttura ad un piano. La norma naturalmente, al di la della motivazione romantica, era probabilmente una garanzia per i nobili che quella zona periferica non venisse invasa da palazzoni e relativi “plebei” (che già bastavano quelli del Lazzaretto).

Gli austriaci vengono cacciati dai francesi e i francesi vengono cacciati dagli austriaci, i milanesi cacciano gli austriaci, gli austriaci tornano, i piemontesi cacciano gli austriaci, poi si diventa tutti italiani. Siamo arrivati al 1882 quando comincia la demolizione del lazzaretto del quale si salva solo la chiesa di San Carlo (dalla quale prende il nome l’originale friggitoria delle patatine San Carlo aperta nel 1937 nella adiacente via Lecco) e in quel nuovo spazio edificabile viene costruito nel 1887 palazzo Luraschi la prima struttura che quasi 100 anni dopo ha avuto l’ardore di violare la servitù del Resegone.

La Madonnina

Nelle città italiane fino all’800 era abbastanza comune che ci fosse una qualche sorta di regola scritta o non scritta per cui nessun palazzo doveva superare in altezza il campanile più alto della città. Nel caso di Milano il “campanile” più alto della città è la guglia del Duomo sormontata dalla famosa Madonnina. Anche la torre Velasca nel 1958 non ha infranto il limite dei 108,5 metri. Ma nel mentre la città aveva bisogno di crescere, e quindi non potendo costruire palazzi bassi si è deciso di alzare la Madonnina.

Dopo il completamento del grattacielo Pirelli infatti si è deciso nel rispetto della tradizione di porre una copia della Madonnina sul tetto del palazzo a 127 metri. Quando nel 2010 il Pirellone è stato superato dal “Formigone”, ovvero il palazzo della Regione Lombardia, una seconda copia della Madonnina è stata portata a 161 metri; così è successo anche nel 2012 con una nuova copia sul pinnacolo a 231 metri della Torre Unicredit; l’ultima copia è quella della Torre Isozaki che con i suoi 249 metri al pinnacolo è l’attuale edificio più alto di Milano, e d’italia, dal 2015.

L’impatto paesaggistico dei grattacieli

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Milano paragonata a Roma è una città molto compatta, abitata da 7.430 persone per km² contro le 2.870 di Roma: espandersi verticalmente è l’unica opzione. La Torre Velasca è proprio dietro al Duomo, ma a stento la si può considerare un grattacielo. Tutto quello che supera il Duomo è fuori dalla cerchia dei bastioni ma, come si vede nella foto, oramai i palazzi che spuntano cominciano ad essere un bel po’. Ciò nonostante per rendersi veramente conto di come si sta modificando lo skyline milanese occorre salire ai piani alti di qualche palazzo.

Anche la più alta torre Isozaki che si trova a soli 3 chilometri da Piazza Duomo, dal livello stradale è visibile solo da una determinata angolazione tra i palazzi.

Roma invece è molto più vasta di Milano, e le torri che si vogliono costruire sono ancora più lontane dal centro.

La torre più alta tra quelle in progetto a Roma è di 231 metri e si troverebbe a 8 chilometri dal Cupolone e 9 Chilometri dal Quirinale: volete una comparazione? Eccola.
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Il One World Trade Center dista 9 chilometri dal memoriale di Staten Island: Ecco, immaginate ora 3 torrette alte la metà, con in mezzo una città al posto del mare.

Un’ultima cosa sul cemento

L’immaginario italiano è stato traviato da una canzone: Il Ragazzo della Via Gluck. Vi siete mai chiesti com’è questa via Gluck? Via Gluck è da sempre una strada stretta tra delle case di ringhiera abbastanza alte addossate ai binari che escono dalla stazione centrale. Nella foto qua sotto potete vedere nel cerchio la casa dove è cresciuto Celentano (al 14 di via Gluck) ripresa da una foto della RAF durante la guerra, confrontata con come è oggi nelle foto aeree di Google.

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La casa in mezzo al verde è una balla pazzesca: è vero che nel ’44 la città più o meno terminava con la via Gluck, ma per immaginare che Celentano abitasse in una cascina immersa nella campagna che è stata divorata dalla città ci vuole molta, ma molta fantasia.

Nel pensare alle nostre città abbiamo bisogno di meno Celentano e più Gaber.

Foto creative commons:
Resegone Michele M. F.
Skyline di New York Nick Normal