Il Supplente

Da sempre la sinistra italiana, in debito di “successi” da sbandierare per dimostrare d’essere nel giusto, s’affida alla scena internazionale per riferimenti e figure di successo a cui aspirare… da “cannibalizzare” per mostrare la presunta superiorità dei suoi principi in Italia (se la cosa vi sembra un po’priva di senso è perché un senso non ce l’ha).
E’questo genere di forma mentis che c’ha regalato anni di “modello Chavez” (tanto amato a più o meno tutte le latitudini di sinstra, pseudosinistra e Movimento 5 Stelle) che oggi tutti disconoscono con un “non seguo le vicende venezuelane da un po’ “, cosa alquanto incredibile visto che fino a 4-5 anni fa erano tutti lì a farsi più venezuelani dei venezuelani stessi.
E’la forma mentis che c’ha regalato la fugace parentesi dello “tsiprasismo” (e del “varoufakismo”) in cui tutti erano fan, amici, intimi, colleghi e idealmente vicini ai soggetti di Syriza fino a quando Syriza era vicina a dove volevano andare loro. Poi Tsipras ha dovuto pensare a salvare il paese ed in Italia c’è stata un epidemia d’amnesia.
Queste ed altre esperienze sono andate frettolosamente in cantina quando hanno sbattuto contro la cruda realtà che è quella che mostra prepotentemente che non importa quanto si possa amare l’ideale socialista ‘dde sinistra, alla fine una volta al potere bisogna governare e le scelte, specie quelle difficili, tocca farle.

Tuttavia la sinistra nostrana sembra essere impermeabile alla realtà ed anziché rendersi conto dei limiti reali, pesanti ed evidenti dell’ideologia fine a sé stessa (specie se non coniugata ed adattata ai tempi moderni) continua a correre dietro a questo o quel leader (rigorosamente straniero, così da poterne piegare meglio l’immagine ed il pensiero alle proprie necessità) per dare una sverniciata di freschezza a piani, programmi ed ideologie che spesso e volentieri sono scadute da cinquant’anni almeno.
Ad esempio in Francia qualche tempo fa si puntava su Hamon, candidato “di sinistra” che aveva vinto sul più moderato Valls. Un tripudio di sinistrismo non-moderato da presentare come “la sinistra verace, quando si presenta con le sue idee, avanza e vince”. Dalle nostre parti s’era già cominciato a sfottere lo sconfitto Valls (in chiave italiana, ma guarda un po’!) in attesa della proclamazione, poi però s’è capito che Hamon l’avrebbero votato che i parenti stretti e s’è svoltato pesantemente sull’altro campione “di sinistra”, Melenchon.
“Ci siamo quasi” s’erano detti, e invece anche Melenchon (che peraltro ha fatto una campagna elettorale questionabile per diversi punti) è naufragato davanti a quella che è stata una vittoria epocale, quella di Macron.
Macron è stato una sventura per la sinistra italiana in quanto lui è un candidato centrista, seppure vagamente di sinistra (per certuni è anche peggio d’essere di destra) che poco si presta ad opere di “modellamento sinistroide”.
Insomma, per dirla facile come marketing una sinistra “unita” sotto l’insegna di “l’altra Italia con Hamon” o “l’altra Italia con Melenchon” poteva andare, sotto l’insegna di “l’altra Italia con Macron” avrebbe fatto ridere (anche perché Macron per primo li avrebbe mandati a quel paese).

Fortunatamente a salvare l’idea che il socialismo può farcela “perché ce la fa altrove” è venuta, suo malgrado “la perfida Albione”.
Nel Regno Unito uno dei peggiori governi degli ultimi decenni ha tentato il “colpaccio”: approfittando di seri problemi di leadership nel partito di sinistra (i Labour) il partito al governo (i Tory) ha chiuso la legislatura anzitempo per andare immediatamente al voto in quello che allora era visto come il miglior momento possibile.
La scusa addotta dal PM uscente May era che per poter negoziare serenamente la BRexit da una posizione di forza la cosa migliore era tornare al voto, vincere molti seggi in modo da avere una leadership indiscussa all’interno del parlamento inglese e, con un intero mandato davanti, cercare d’ottenere le migliori condizioni possibili per l’uscita dall’Unione Europea.
La cosa risultava semplificata dal fatto che Corbyn (il leader dei Labour, due volte vincitore delle primarie del partito) era lungi dall’essere “unitivo” e che molti all’interno del partito stesso non potevano soffrirlo (ed ancora adesso c’è chi lo osteggia).
Sfortunatamente per la May i tory non erano a loro volta granché amati e la retorica antieuropeista adottata per depotenziare l’UKIP (il partito euroscettico per definizione) ha finito per pesare parecchio, anche considerando che il famoso referendum ha visto una vittoria per il leave marginale, col 48% degli inglesi che avevano indicato la volontà di restare nell’UE.
Altra cosa che i tory non hanno considerato è quanto poco fosse amata la May stessa e quanto male questa ha condotto la sua campagna elettorale, arrivando a disertare talk e mandare avanti figure secondarie per evitare il confronto. E’così che quella che sulla carta doveva essere una vittoria di 50-100 seggi (rispetto ai Labour) s’è traformata in una sconfitta abbastanza pesante, tanto che i Tory non hanno ottenuto i numeri per formare un governo e, per riuscirci, dovranno fare un governo di coalizione con un partito regionalista di destra, il DUP.

E fino a qui tutto ok, il problema reale è che tutto questo in chiave “sinistre italiane” è stato tradotto in “Corbyn ha vinto, Corbyn è la speranza del socialismo, Corbyn è la via da seguire”.
E qui la narrativa scricchiola pesantemente, e sarebbe il caso di dare un’occhiata a come stanno le cose sul serio.

Innanzitutto diciamo una cosa: Corbyn non ha vinto le elezioni.
Per quanto quello del suo partito sia stato un risultato lusinghiero e molto al di sopra delle aspettative quella dei Labour non è stata una vittoria: i Tory sono ancora il primo partito del paese e se è vero che i tory da soli non sono in grado di formare una maggioranza è altrettanto vero che i Labour di contro non hanno alcun modo di formare una maggioranza neppure accordandosi con partiti più o meno affini.

Quindi per quanto Corbyn ed i suoi abbiano fatto un buon risultato la loro non è una vittoria e l’unico premio che possiamo consegnare a Corbyn è quello della “vittoria morale” non molto diverso dal “premio simpatia” con sottotitolo “abbiamo non-vinto” che nel 2013 è stato consegnato a Bersani.

Non voglio esaminare nel dettaglio il voto inglese; gente più preparata di me l’ha già fatto in passato e penso che non avrete problemi a trovare più e più analisi di quel voto, tuttavia qualcosa da quel che ho letto vorrei dirlo, anche perché forse aiuterebbe a capire meglio cos’è successo al di là della Manica.
Innanzitutto c’è da dire che se i Labour erano in una situazione interna pessima (con tanto di mezzo partito ammutinato, e successivamente sconfitto alle urne da una “corrente” forte fedele a Corbyn) i Tory non erano messi poi tanto meglio.
Costretti a doversi confrontare con un partito ferale come l’UKIP i Tory sotto Cameron hanno dovuto fare diversi azzardi per mantenere il potere ed il controllo della politica; purtroppo una scorsa vittoria in uno di questi azzardi (parlo del referendum per l’indipendenza scozzese) ha falsato la percezione dell’allora PM che ha provato a replicare col BRexit.
Tutti noi sappiamo com’è andata a finire; la vittoria del fronte dei “brexiter” ha provocato non pochi problemi al partito, e le dimissioni di Cameron non hanno migliorato di molto le cose.
I Tory, notoriamente il partito conservatore che, almeno sulla carta, dovrebbe essere per la continuità s’è trovato sballottato in quello che alcuni considerano un salto nel buio e nel farlo l’allora maggioranza ha mandato avanti i soggetti che più prepotentemente hanno spinto in quella direzione (Boris Johnson per dirne uno), pur mettendo a capo del governo Theresa May che, strano a dirsi, durante il referendum era schierata per il remain.
La May ha fatto una bella giravolta, è diventata testimonial dell’uscita dall’Unione Europea ed ha tirato fuori una favolistica idea di BRexit che, ad oggi, non è ancora stata intesa neppure dai giornali d’area.
Frasi come “una BRexit rossa, bianca e blu” o “la BRexit è la BRexit” sono state le risposte tipiche a chi, prima delle elezioni, chiedeva alla May come il governo si sarebbe mosso in un campo così delicato.
A poco a poco la situazione s’è deteriorata: c’è stato un crollo del valore della sterlina, diverse notizie non proprio positive sulla tenuta del sistema inglese in caso di BRexit, il ritorno d’un certo razzismo nei confronti dei non-inglesi e, più in generale, un generale peggioramento della situazione internazionale (la controversa vicinanza di May a Trump non ha molto aiutato con certe frange dell’elettorato).
A questo s’è aggiunto il sistema elettorale inglese che tende a svantaggiare i partiti più piccoli e… il risultato è quello noto.

Questo non vuol sminuire Corbyn, che pare abbia fatto una buona campagna elettorale ma vuole cercare di spiegare questa vittoria.
Innanzitutto uno dei grandi vantaggi di Corbyn è stato il sistema elettorale inglese che ha aiutato moltissimo i Labour.
In quel sistema ogni collegio elegge un candidato, quello che in quel collegio prende più voti; per questa ragione è quasi impensabile, in quella realtà, dare il voto ad un partito “minore” con qualche speranza di “cambiare qualcosa”.
Ovvio che si può votare un partito minore, ovvio pure che il conteggio dei voti mostrerebbe il passaggio di voti verso tale partito; però il voto, se vuole essere “utile” in un senso o nell’altro, ha senso solo se indirizzato verso un partito che ha una possibilità di “vincere” in quel collegio.
Va da sé che a questo punto si possono presentare anche cinquanta partiti ma nella pratica a contare saranno solo tre o quattro, in particolare il partito “di sinistra” (i Labour), il partito “conservatore” (i Tory), il partito “liberale” (i LibDem) ed eventualmente i partiti regionalisti “forti” in quei particolari collegi (come il DUP o l’SNP).
E’quindi evidente, per certi versi, che chi volesse un cambiamento reale ed immediato rispetto alla politica dei Tory avesse ben poche alternative.
Questa è una delle principali ragioni per cui Corbyn ha “vinto”; perché non c’erano effettive alternative. Il referendum sull’Unione Europea è stato abbastanza sentito in certi ambiti (soprattutto da chi ha disertato le urne per accorgersi solo in un secondo tempo d’aver fatto una fesseria), per diversa gente (anche se una quantificazione non è possibile) il voto ai Labour è stato un modo per cercare di “riparare” al referendum.
Direte voi “ma non è vero, le elezioni generali non hanno niente a che fare col BRexit” ed avete ragioni, detto questo anche qui in Italia tanta gente il 9 dicembre ha votato in un certo modo per ragioni e considerazioni che con la riforma costituzionale in sé non c’entravano nulla, semplicemente è così che gli esseri umani “funzionano”: votano una posizione o l’altra in base a come le percepiscono e non in base a quel che sono. La vicinanza fra BRexit ed elezioni generali e la ragione (ufficiale) per cui sono state indette (“per dare al governo May / Tory una maggioranza abbastanza forte e stabile da poter gestire la BRexit”) ha fatto il resto.

Questa non è una critica a Corbyn, questo è almeno in parte quello che è successo, la critica a Corbyn è invece a seguire.
Partiamo dall’aspetto “europeismo”: Corbyn non è un euroentusiasta. Corbyn ha fatto una fiacchissima (e poco sentita) campagna per il remain e dopo la vittoria dell’exit ha accettato il risultato senza mai volerlo rimettere in discussione.
Ovviamente è libero di farlo e la sua posizione ha la sua legittimità ed il suo senso in seno alla politica nazionale inglese, detto questo è probabile che molti di quelli che l’hanno votato pensavano che i Labour, se non altro per opposizione ai conservatori, adottassero una linea più europeista ed invece così non è stato.
Corbyn è d’accordo con la May sulla necessità (dettata dal referendum) d’uscire dall’Unione Europea; questa posizione, legittima e valida, potrebbe essere vissuta molto male dagli elettori che hanno sostenuto il risultato dei Labour.
Analogamente la posizione di Corbyn relativa alle questioni economiche è abbastanza “datata” per gli standard odierni; di sicuro ha fatto presa su parte dell’elettorato che gradirebbe il ritorno ad una sinistra più “vecchio stile”, altrettanto vero è che non sappiamo quanto delle idee di Corbyn sarà applicabile nel ventunesimo secolo.

Sugli altri argomenti ammetto di non sapere e non interessarmi granché, non vivo in UK e non conosco i dettagli di quel paese ma prima di lanciarmi in santificazioni aspetterei qualche anno.

Ci tengo inoltre a far presente che, per quanto i numeri di Corbyn siano lusinghieri (cosa che diversi commentatori non mancheranno di farvi notare in tutte le salse) i numeri di per sé non vogliono dire nulla, quel che conta è chi governa e chi no; la linea politica, le campagne elettorali ed i programmi si fanno per vincere le elezioni ed è quello il risultato che si persegue, il numero di voti che si prendono nel tentativo di vincere (fallendo) hanno un’importanza relativa.
L’odiato Blair (odiato perché rappresentante d’una sinistra “diversa” e poco appetibile oggi in UK) le elezioni a suo tempo le ha vinte ed ha governato, Corbyn no.

Per quanto Corbyn abbia fatto un buon risultato (e questo è innegabile) voler vedere in questo risultato chissà quale rivoluzione è quantomeno prematuro… rivoluzionaria è stata sicuramente (già oggi) la vittoria di Macron che formando un partito dal nulla ha sbaragliato gli altri candidati alla presidenza e conquistato il parlamento francese; se proprio si volesse cercare un fenomeno avrebbe più senso focalizzarsi su quel risultato.
Sono comunque convinto che, nonostante questo, la sinistra massimalista continuerà a dotarsi di santini di Corbyn ed a definirsi “corbynista prima ancora di Corbyn” (se non altro per una certa affinità di idee, Corbyn è un socialista “classico” …diciamo), resta il fatto che questo fenomeno ad ora è almeno in parte congiunturale e l’effettiva bontà del “corbynismo” la vedremo solo nel lungo termine. Ovviamente la cosa vale anche per Macron, ma Macron se non altro ha vinto le elezioni, ha formato il governo ed ha modo di mettere in atto la sua dottrina politica e sociale, Corbyn invece no.

Non essendo del tutto idiota (un po’forse sì, del tutto no) capisco facilmente quanto facilmente la “storia” di Corbyn si presti a paralleli e similitudini sulla politica italiana, resta però evidente che al di fuori della “favola” del cavaliere senza macchia e senza paura che riporta il socialismo reale nella politica moderna e vince le cose stanno in modo del tutto diverso: Corbyn non ha vinto e non ha vinto in una realtà che non è adattabile a quella italiana.
In UK Corbyn il risultato l’ha fatto perché sostanzialmente chi non voleva votare per il centrodestra non aveva grandi alternative, anzi spesso e volentieri non aveva alcuna alternativa a votare i Labour, in Italia la frammentazione di sinistra esiste ed è evidente, inoltre se proprio si dovesse orientare il voto verso il partito “più grosso” a sinistra non s’andrebbe verso un partito “a direzione socialista massimalista” ma verso un partito decisamente più moderato (ad oggi il PD).
Un’altra differenza è che Corbyn ha vinto le primarie due volte ma per arrivarci per anni è stato nel partito, facendosi piacere anche la vittoria di chi non la pensa come lui e “mandando giù” le linee politiche che non gli piacevano, questo è completamente agli antipodi rispetto ai “sinistri” italiani che sono portati a scindersi per le questioni più futili. Inoltre, sempre su questo capitolo, la vittoria di Corbyn nasce dal buon risultato alle primarie, risultato ottenuto perché è riuscito a portarsi come candidato unico d’una certa idea di sinistra per una grossa fetta dei tesserati Labour.
Ok, ora pensateci un attimo: in Italia esiste qualcosa come Corbyn ? Uno che da solo riesca a riunire le istanze massimaliste in sé e sul suo progetto, senza perdersi in federazioni, sigle, discorsi, accordi, girotondi, incontri nei teatri e teatralità che sono all’ordine del giorno nel caravan-serraglio a sinistra del PD ?
Ecco, per questi motivi Corbyn è meglio lasciarlo agli UK, finché dura.