I tre grandi problemi riguardo la comunicazione del Pd

Tratto da qui https://www.wired.it/attualita/politica/2018/10/09/problemi-comunicazione-pd/ (Wired.it)

L’autore è Marco Romandini

 

Il Pd ha un problema. È un eufemismo, il Pd ha un mare di problemi, a cominciare dalle percentuali, ma ce n’è uno che rischia di allontanare ancora di più dalla luce in fondo al tunnel: la strategia di comunicazione. Per dimostrarlo basta una semplice domanda: chi è ufficialmente il responsabile della comunicazione del Pd?

Risposta: nessuno.

Doveva essere l’ultimo domicilio noto di Marianna Madia, come comunicato dal partito e come riportato dai giornali, ma ha deciso di lasciare un paio di settimane fa per motivi personali. Così dice il partito, che non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali e manco ufficiose, limitandosi a togliere dal sito la nomina nell’organigramma della segreteria.

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Così, mentre le coppie Iva Garibaldi-Luca MorisiCasalino-Dettori fanno la fortuna di Lega e M5s, il Pd non ha un responsabile politico della comunicazione. Per capire chi se ne occupa tecnicamente tocca fare un giro di telefonate, e alla fine si scopre che l’attuale capo ufficio stampa è Marco Agnoletti, già portavoce di Matteo Renzi a più riprese.

Un’altra nomina che è passata in silenzio. Forse perché in un momento in cui la figura dell’ex premier sta diventando un problema, a molti non farebbe piacere sapere che il partito ha la sua voce e il suo pensiero?

Marco Agnoletti con Matteo Renzi nel 2011
Marco Agnoletti con Matteo Renzi nel 2011

Raggiunto al telefono, Agnoletti spiega che ufficialmente non è più portavoce di Renzi, anche perché come senatore semplice non ne avrebbe bisogno, ma non è un mistero che vista l’amicizia che li lega gli dà volentieri una mano.

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Conferma anche che al Pd non c’è più un responsabile politico della comunicazione e che il compito è attualmente diviso tra diverse figure tecniche: se lui si occupa dell’ufficio stampa, c’è chi si occupa di comunicazione social, ragazzi di cui però non fa i nomi.

Già da queste battute si può notare la prima differenza con i partiti di governo: il Pd non ha una società di comunicazione specializzata alle spalle, come invece è il caso di chi può contare su Sistema Intranet di Morisi e sulla Casaleggio Associati, con la prima a studiare il sentiment del web per creare testi di precisione scientifica da mettere in bocca a Salvini, e la seconda ad alimentare la macchina del consenso M5s attraverso strategie complesse. Ha semplici professionisti, magari bravi, ma la guerra del web è un ambito in cui il partito democratico sembra rimasto indietro.

Commenta Agnoletti: “È indubbio che gli altri ci siano davanti, anche se ci sono differenze notevoli tra i due sistemi. Se Morisi infatti si occupa esclusivamente del linguaggio di Salvini sul web, che è lo stesso di Morisi, e si vede lontano un chilometro, lasciando da parte la Lega che sui social infatti non esiste, la Casaleggio Associati è una realtà molto più complessa che fa uso di troll, bot, costruzione di notizie che alimentano la macchina del consenso. Stiamo cercando di assumere professionisti per migliorare anche in questo campo ma il problema è un altro…

Quale sarebbe? Ce lo spiega Agnoletti:  “…M5s e Lega assomigliano molto a una caserma: c’è una linea, qualcuno che comanda e tutti gli altri che gli vanno dietro. Da noi invece ognuno si sveglia e fa quello che vuole, tutto e il contrario di tutto. Per questo si fatica a tenere una linea univoca e una voce chiara”.

Sempre al telefono, Agnoletti confessa: “Io invidio da morire Casalino che può decidere di mandare in televisione chi vuole, e in questo senso Iva (Garibaldi) ha lo stesso potere. Purtroppo questo da noi non può avvenire perché una militarizzazione interna è incompatibile con la natura del partito democratico”.

Rocco Casalino e Iva Garibaldi
Rocco Casalino e Iva Garibaldi

Ecco perché escono fuori tweet che non gridano proprio all’unità.

O sono completamente errati da un punto di vista comunicativo e strategico.

Eh lo so, ma che gli dico a Calenda, fammi vedere cosa stai scrivendo prima di mandarlo? Ti pare?”, risponde sconsolato Agnoletti.

Come può fare allora il Pd a riguadagnare terreno, visto che la situazione sembra piuttosto disperata? Come può Martina allontanare gli incubi? Vestirsi da Dylan Dog potrebbe non bastare.

DhggIxVW0AYEXyz Meglio chiedere a uno spin doctor. Marco Marturano ha una lunghissima esperienza di comunicazione politica ad alti livelli: giornalista e spin doctor, è stato consulente di Clinton, Veltroni, Cacciari, Fassino, Penati e ha partecipato a 502 campagne elettorali per il centrosinistra e per il centrodestra. Per lui non è soltanto un problema tecnico di comunicazione.

Il Pd aveva cercato già di fare un lavoro di innovazione  un anno e mezzo prima del referendum sulla legge costituzionale, tra il 2015 e il dicembre del 2016. In quel periodo chiamò Jim Messina, uno dei consulenti della campagna di Obama“, ricorda Marturano.

I risultati però non furono esaltanti, anche se nel caso del referendum pagò parecchio l’errore strategico di legare il voto alla permanenza di Renzi.

La verità è che, prima di pensare alla comunicazione, bisogna risolvere un problema di fondo“, analizza Marturano. “Se voglio funzionare sulla rete non mi basta avere i migliori tecnici del mondo, ma devo usare il linguaggio che va bene su quel mezzo. La Lega e il M5s funzionano perché hanno liberato il linguaggio, e sulla rete vince il messaggio emotivo. Questo perché la rete, eliminando l’inibizione dei rapporti personali, porta a sviluppare una seconda personalità, diventa un ambito sensibile dove le persone tirano fuori le loro passioni. Gli stessi algoritmi premiano il linguaggio delle emozioni, infatti favoriscono il posizionamento dei video rispetto ai testi scritti. E la passione, per guadagnare il consenso, oggi con la rete pesa al 90%”.

Il problema però non è facilmente risolvibile per una questione di natura/posizionamento. Il Pd, pur scegliendo di collocarsi all’opposizione in questo attuale governo” dice Marturano, “resta un partito responsabile, e di fronte a temi scottanti come l’immigrazione, la sicurezza, la povertà, lo sviluppo non può utilizzare stili di comunicazione che rischiano di fomentare la gente. Lo si è visto anche nel caso di Autostrade, che il Pd ha scelto di non attaccare per una questione di responsabilità economica. E tra un difensore del rigore e un difensore del popolo, nella rete vince quello del popolo. Non il populismo, ma il popolo”.

E quindi, che fare?

Il Pd dovrebbe innanzitutto scegliere da che parte stare. È improbabile, infatti, che riesca come opposizione a riguadagnare voti mantenendo un atteggiamento quasi governativo, mirato alla stabilità. A ben vedere il successo di Renzi era arrivato da rottamatore, qualcosa di dirompente che assomiglia molto alla posizione anti-kasta dell’opposizione. Prima di diventare, nella narrazione successiva, lui stesso kasta: il caso di Banca Etruria e le rivelazioni sulle famiglie del Giglio magico ne hanno fatto crollare la popolarità.

Per Marturano l’evoluzione pro-establishment del Pd non è però colpa di Renzi, è piuttosto un difetto congenito che è andato peggiorando: “Il Pd è così sin dalla sua nascita, con la fusione iniziale è passato dall’essere un partito riformista, alternativo al sistema conservatore, a un partito di governo. È lo stesso posizionamento che stanno pagando i laburisti inglesi post-Blair ed è molto vicino ai Dem americani“.

D’altronde, conclude Marturano “Bill Clinton, Dem, era favorevole ai muri con il Messico e negli spot della sua rielezione nel 1996  venivano immortalati i poliziotti che sparavano orgogliosi a chi cercava di scavalcare le recinzioni. Ci sono molti modi diversi di essere un partito democratico”.

Lo scopo di questo riposizionamento sarebbe quello di riconquistare i voti dell’elettorato perduto a causa di un atteggiamento quasi elitario che l’ha fatto sentire lontano dal suo popolo. Ripartire dalle periferie, si direbbe nella vecchia politica, ma con una presenza forte sui social. Utilizzare il giusto linguaggio per comunicare scelte vicine al popolo, iniziative che hanno un ritorno sociale ma anche economico. “Se fai politica dove le cose non funzionano – spiega Marturano – se le fai ripartire, mette in moto un moltiplicatore di sviluppo…guarda Francoforte, Parigi, New York. Portando gli investimenti pubblici e privati nei quartieri più disagiati, si costruiscono attività, si aumentano le rendite dalle case, e il mercato si rimette in moto migliorando la situazione delle fasce più povere”.

“Il nuovo esecutivo, nelle mille proroghe di quest’estate – dice Marturano – ha invece bloccato i soldi per le periferie previsti dal governo Renzi-Gentiloni  perché quei 2 miliardi e rotti gli servivano per il Def. Alcuni comuni – continua – hanno mostrato con degli spot come sarebbe cambiata la vita nelle periferie con quei soldi, ma non è stato il Pd a fare la comunicazione, sono state le singole amministrazioni locali. Il Pd non ha sfruttato comunicativamente un’iniziativa che l’avrebbe fatto vedere più vicino al popolo”. 

Una “svolta pop” per riconquistare l’immagine che, consigliata da qualche spin, ha forse pensato di intraprendere Maria Elena  Boschi con il servizio su Maxim.

Farsi vedere come una persona comune, nonostante il ruolo ricoperto, è sempre un buon modo per piacere alla gente. Non è un mistero che il successo di personaggi come Trump e Berlusconi sia dovuto anche alla loro immagine da self-made man.

Marturano, citando il saggio di Umberto Eco su Mike Bongiorno, spiega: “Perché piaceva Mike Bongiorno? Perché non veniva da una classe dirigente, faceva le gaffe, e la gente lo vedeva come uno di loro, uno di cui ci poteva fidare”. Qualcosa su cui riflettere nella scelta del nuovo segretario.

Svolta pop, quindi. Non troppo però, perché si rischierebbe di diventare stupidi, perdere quella superiorità culturale fin troppo ostentata. Piuttosto, in un momento in cui tutto sembra perdere di senso – cultura, esperienza, persino la realtà –  potrebbe servire un riavvicinamento agli intellettuali, storico punto di forza della sinistra. Potrebbe?

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Secondo Marturano solo in parte perché “se è un rapporto che bisogna ricostruire o rilanciare (e la distanza si è vista per esempio nella campagna sul referendum per la riforma costituzionale), gli intellettuali, per una fetta della società, sono uno dei simboli della distanza dalla gente comune, pertanto non potrebbero essere la soluzione decisiva perché un partito di vocazione maggioritaria ritorni maggioritario, specie nei social. La loro presenza potrebbe invece essere utile sui giornali, in tv e negli eventi sul territorio”.