A chi conviene grexit?

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Questo argomento contiene 1 risposta, ha 2 partecipanti, ed è stato aggiornato da  Anonimo 2 anni, 5 mesi fa.

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    Anonimo

    Uno degli effetti del referendum greco è stato quello di polarizzare opinione pubblica e rappresentanti politici sulla linea da tenere riguardo a una possibile uscita della Grecia dall’unione monetaria europea, e dall’Unione Europea tout court.
    Le due opzioni sono, al momento, mutuamente inclusive vista la mancanza nei regolamenti comunitari di una disciplina per l’uscita unilaterale dalla moneta unica.
    Gli schieramenti appaiono a colpo d’occhio trasversali, riuscendo a frammentare non solo i classici fronti politici della destra e della sinistra ma anche i più recenti raggruppamenti OXI e NAI come apparsi in vista del referendum greco. Tra i fautori del no, infatti, si trovano dei ferventi no-euro come Lega Nord e Movimento Cinquestelle, in completa contrapposizione con il quesito referendario (che non prevedeva l’uscita dall’euro) oltre che con la maggior parte dei soggetti politici con cui condividevano l’intenzione di voto.
    Dalla parte del sì, d’altro canto, si annoverano sia molti europeisti, convinti che un passo indietro del governo greco nella trattativa sul piano di aiuti avrebbe aiutato la permanenza degli ellenici nell’eurozona, sia diversi ‘falchi’, che vedevano nel referendum l’ultima cima di salvataggio offerta e ora sperano di potersi finalmente liberare di una ‘zavorra’, ‘scimmia dalla spalla’ o ‘palla al piede’ a seconda dell’origine delle variegate definizioni.
    Il risultato del referendum è stato ormai acquisito e digerito, da chi l’ha accolto come un piacevole dessert ma anche da coloro che hanno avuto bisogno di svariati Alka Seltzer per superare l’inattesa pesantezza del boccone; c’è ora bisogno di trovare ora una soluzione che stabilizzi la situazione prima che possa rischiare di diventare una polveriera.
    La maggior parte delle analisi che si possono trovare in queste ore vertono principalmente sui vantaggi economici che si potrebbero ottenere con o senza l’uscita della Grecia dall’euro per le diverse parti in causa. Vantaggi, o per meglio dire minimizzazione delle perdite.
    Tralasciando le inani teorie no-euro che trovano sempre meno fan anche tra i politici nostrani, è evidente che per la Grecia la permanenza nella moneta unica è, allo stato attuale, la via finanziariamente più conveniente.
    Per quanto riguarda gli altri Paesi, Standard’s & Poor, pochi giorni prima della votazione, ha prodotto un’analisi esaustiva, che evidenzia come, sebbene più sostenibile di qualche anno fa a causa della minore esposizione delle banche, il Grexit è una soluzione che non potrebbe essere a costo zero.
    S&P stima che sarebbero circa 30 i miliardi che le economie dell’eurozona si ritroverebbero a pagare come effetto dell’impennata delle rese dei titoli di stato, con l’Italia che, manco a dirlo, sarebbe la più svantaggiata dovendo accollarsene 11. Sempre nello stesso rapporto, vengono poi definite ‘imprevedibili’ gli effetti economici a lungo termine, aggiungengo quindi altri elementi di incertezza.
    D’altra parte, il credito che numerosi Paesi vantano nei confronti della Grecia non è così ingente da giustificare isterismi e aruspici di immediate crisi economiche. Alcune fonti indicano come possibile soluzione la deviazione di questi fondi nel ESM, escamotage che permetterebbe di non dichiarare ufficialmente perduti i crediti ma di congelarli praticamente all’infinito.
    Tra incertezze e scarsa entità dal punto di vista economico-finanziaro, è chiaro che la partita greca sia principalmente da giocarsi sul campo della politica per chi non sia parte degli 11 milioni di cittadini più direttamente toccati dalla crisi.
    Sin dalla scelta, troppo impulsiva, di indire un referendum su una proposta già superata e la cui unica utilità era quella di modificare, o tentare di farlo, i rapporti di forza tra le parti in causa. Inevitabilmente, si sono registrate numerosissime ingerenze esterne per instradare il risultato della consultazione, da una parte e dall’altra, ben al di là di quello che si sarebbe potuto considerare normale vista la scarsa entità pratica diretta del referendum.
    In queste ore la contesa si è spostata soprattutto sull’opportunità di riaprire o meno le trattative per negoziare un piano di aiuti al Paese greco, e su quali dovrebbero essere le eventuali concessioni e richieste da fare.
    Anche la questione della ristrutturazione del debito è usata strumentalmente, visto che è molto comune sentire versioni che parlano di un taglio del debito come l’unica ristrutturazione possibile, quando molti economisti ipotizzano una dilatazione dei tempi dei pagamenti e un taglio dei tassi di interesse sui prestiti, cosa che permetterebbe di rendere sostenibile il debito greco con una crescita attorno al 2% annuo.
    Il primo punto sul tavolo è il sacrificio del ministro delle finanze Gianis Varoufakis, visto alternativamente come atto di codardìa, di coraggio o come prima concessione sul tavolo delle trattative offerta dal governo greco alle istituzioni europee. O tutte e tre le cose contemporaneamente.
    Di sicuro, qualche spiraglio per il dialogo è stato riaperto vista la clamorosa ostilità che le frasi e il modo di porsi dell’economista centauro avevano suscitato in praticamente tutti i suoi omologhi dell’Eurogruppo e non solo. Il suo successore, Euklides Tsakalotos, non è meno duro in termini economici, ma di sicuro è un negoziatore decisamente più diplomatico.
    Mentre sono in gioco i destini di alcuni milioni di persone in Europa e ancora di più in Grecia, il problema è che ci sono molti che partecipano al gioco solo per garantire migliori fortune al proprio orticello-Paese.
    È il caso della Germania, dove le principali forze politiche (al governo congiuntamente) fanno a gara a chi si dimostra più inflessibile nei confronti della Grecia per garantire ai proprio elettori che non verrano più utilizzati i loro soldi per sostenerla, e le cui strategie negoziali negli ultimi mesi hanno puntato al grexit proprio per questo motivo. Non è un caso che persino il socialdemocratico Sigmar Gabriel e il presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz siano stati tra i più duri nel giudicare l’esito del referendum e le possibilità di ripresa del dialogo.
    Lo stesso Schulz, però, è stato costretto a una parziale marcia indietro,per rimanere coerente con la posizione del gruppo S&D, il cui capogruppo (l’italiano Gianni Pittella) è stato fra i primi e più volenterosi nel tentativo di riaprire la negoziazione, e i cui stessi membri tedeschi avevano criticato la severità di Schauble e Gabriel.
    La posizione del governo tedesco è giustificata da motivi di natura politica interna, dove la figura di Angela Merkel è stata indebolita dal mostrarsi troppo indecisa sulla questione greca, anche a causa dei numerosi errori compiuti negli ultimi anni, come ha brillantemente riportato l’analista Udo Gumpel.
    Adesso la situazione rischia di esploderle in faccia, comunque vadano le cose. Con una conclusione troppo morbida nei confronti della Grecia è lampante che la sua posizione risulterebbe indebolita agli occhi non solo degli elettori ma anche degli avversari politici, che verosimilimente tenterebbero di giocare questa carta per sovvertire gli equilibri in patria.
    Ma non è detto che il grexit sia un percorso agevole. Posto che sia possibile (al momento non esiste una legislazione che lo preveda), non è da escludere che i partiti e movimenti euroscettici dei Paesi con economie in difficoltà possano vedere l’occasione per affermarsi ulteriormente, convincendo i propri elettori che è il caso di accelerare il processo di uscita, prima che le politiche europee conducano le nazioni a condizioni simili a quelle della Grecia. Non che questa visione sia molto condivisibile, ma è una teoria facilmente comunicabile alla pancia di un elettorato, parte del corpo che sembra essere più ricettiva del cervello quando si parla di politica.
    La vede così anche Fabian Zuleeg, dello European Policy Center, per il quale questo tipo di contagio è ben più rischioso del classico e più classicamente paventato ‘contagio dei referendum’, teoria secondo cui ci sarebbe la fila di Paesi pronti a richiedere un taglio del debito. Un haircut al debito greco è già stato accordato nel 2011. A prescindere di come sia stata gestito il taglio e di dove siano stati girati i capitali, se fosse così conveniente mettersi nelle condizioni di richiedere un trattamento di questo tipo (quali erano quelle della Grecia nel 2011 e oggi) numerosi Paesi lo avrebbero già fatto negli ultimi quattro anni.
    Ovviamente, ritrovarsi sull’orlo del default è una condizione che nessuno si augura, e sarebbe demenziale portare scientemente un Paese a quel punto solo per poter chiedere un taglio del debito.
    Un altro punto chiave è quello della gestione geopolitica del problema greco. Economia a parte, la Grecia è probabilmente l’unico Paese posto in una situazione geografica più complicata di quella dell’Italia rispetto al contesto europeo. Una sua uscita dall’Unione Europea potrebbe aprire ad un suo avvicinamento alla sfera di influenza Russa, come Vladimir Putin ha già a più riprese fatto indendere. Non è un caso che gli Stati Uniti siano fra i più attivi nell’insistere che si trovi nel più breve tempo possibile che tenga i greci all’interno dell’Unione Europea, non avendo da parte loro alcun interesse nel destino economico degli ellenici. La divisione del mondo nei due blocchi sovietico e americano come richiamo alla guerra fredda è probabilmente semplicistica, considerati i variati equilibri in campo e soprattutto gli affari incrociati che vi sono, ad esempio, tra imprese russe ed europee. Non meno importante però, è il ruolo di confine nel Mediterraneo che il Paese svolge nei confronti degli Stati mediorientali e nord-africani, da cui derivano sia i problemi legati all’avanzata del terrorismo che quelli dell’immigrazione.
    Nei soli primi 5 mesi del 2015 sono sbarcati sulle isole greche 68 mila migranti, superando per la prima volta da diversi anni l’Italia in questo campo. Una manciata in più di quanti ne siano arrivati sullo stivale, un’enormità se confrontati alla popolazione dei due Paesi. Le condizioni in cui vengono accolti sono già disastrose viste le difficoltà in cui versa la Grecia, non è immaginabile pensare cosa potrebbero diventare se la crisi si acuisse. Non meno importante valutare come sarebbero gestiti il traffico, l’accoglienza e le procedure di riconoscimento dei profughi qualora non vi fosse più il controllo dell’Unione Europea e delle sue agenzie. Gestione già deficitaria, va da sè, ma che sicuramente non migliorerebbe lavandosene completamente le mani.
    Subito dopo che gli esiti del referendum sono apparsi chiari, quando l’ipotesi grexit è diventata in breve molto più realistica, il primo esponente del governo italiano a far sentire la sua voce (virtuale) è stato, infatti, proprio il ministro degli esteri Paolo Gentiloni (seguito, tra l’altro, dal presidente del PD Orfini). L’ex candidato alle primarie per la guida di Roma non può essere certo considerato un sostenitore del governo greco e della sua gestione, men che meno può essere accomunato a quella sinistra massimalista che tanti strali si attira ogni volta che esterna le sue posizioni, eppure le parole di Gentiloni sono state chiare: “Ora è’ giusto ricominciare a cercare un’intesa. Ma dal labirinto greco non si esce con un’Europa debole e senza crescita”. Apostrofi a parte (così nell’originale) è chiaro che una tale tempestività tale proprio da chi si occupa di politica estera non può essere casuale.
    Ma Gentiloni centra anche un altro punto: l’Europa debole. Che la si possa considerare tale saranno d’accordo quasi tutti, ma si apre un problema più morale che politico.Il perché l’Unione Europea sia debole è libero ad interpretazioni, ma la domanda che ora ci si pone è se forzare un’uscita di uno dei suoi stati (il decimo ad entrarvi come entità politica. Prima ad esempio di Spagna, Portogallo, dei Paesi Scandinavi) possa portare più vantaggi o svantaggi alla solidità delle istituzioni.
    La risposta non è scontata, ma quello che alcuni vedono esclusivamente come un’operazione di solidarietà non è assolutamente detto che sia così.
    Dimostrare di poter sostenere i propri cittadini in difficoltà è una caratteristica propria di uno stato (federale o meno) che si possa definire forte. Va da sé che i sostenitori del liberismo anti-statalista si sentano contrari a questa ipotesi, e saranno quindi i più strenui oppositori alla situazione inclusivista della questione greca, ma la vera domanda che si deve porre l’Europa è in che direzione puntare la propria crescita.
    Se la risposta è la federazione di stati, la strada da percorrere dovrebbe essere evidente.
    Gli stessi Stati Uniti, nei primi anni della loro esistenza, si sono ritrovati ad affrontare problemi analoghi dal punto di vista politico, sebbene con vincoli monetari e legali molto più laschi.
    Ora il processo di maturazione e di riforma è richiesto a noi, con riforme politiche e culturali che passino inevitabilmente dalla cessione di sovranità da parte degli stati membri ma anche dalla socializzazione dei rischi e dei benefici. Perché no, anche del debito.
    La crisi greca può essere un punto di svolta, la lungimiranza della classe politica dovrebbe essere quello di renderla un opportunità e di non sprecare questa occasione.

    Fonti e Bibliografia:

    https://www.globalcreditportal.com/ratingsdirect/renderArticle.do?articleId=1412281&SctArtId=325328&from=CM&nsl_code=LIME&sourceObjectId=9234336&sourceRevId=1&fee_ind=N&exp_date=20250701-14:59:54

    http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-07-05/economia-reale-rafforzare-l-unione-081107.shtml?uuid=ACLKI8L

    http://www.linkiesta.it/grecia-referendum-dimissioni-varoufakis-stefan-zuleeg-epc-intervista

    https://www.facebook.com/udo.gumpel/posts/10207213690089734

    http://www.politico.eu/article/central-europes-grexit-fears/

    http://www.politico.eu/article/tusk-nobody-here-is-an-angel-european-council-president-polish-politics-grexit-greece-referendum-crisis/

    http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2015-07-05/sachs-mia-soluzione-la-grecia-112309.shtml?uuid=ACXpx9L&p=2

    .
    Colonna sonora

    #13256

    Anonimo

    condivido tutto, mancherebbe solo una questione da affrontare:
    – l’economia greca, dopo un taglio del debito, è sostenibile?
    – se la risposta è no, cosa bisogna fare per renderla tale?
    – queste “riforme” piaceranno al popolo greco, in particolare a quello del “no”, o agli armatori?

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