BRexit

L’evento di questa settimana è il BRexit, e di questo parlerò.
Non m’interesserebbe più di tanto discutere delle dinamiche inglesi, alla fine oramai parliamo di uno stato estero in senso stretto, però è necessario farlo per capire certe dinamiche.
Innanzitutto cos’è successo: è successo che il popolo inglese s’è espresso (con un’altissima affluenza) sulla permanenza o meno all’interno dell’Unione Europea ed ha vinto il “leave” (usciamo).
In sé la cosa è abbastanza pesante se presa così, senza ulteriori analisi. La narrativa corrente delle destre (anche di quelle che cercano di non passare per tali) è che l’Europa “ha fallito” e che il popolo inglese ha dato un segnale netto: via da questo fallimento; tuttavia basta andare un minimo più a fondo nella questione per vedere che le cose non stanno effettivamente in questi termini, non esattamente almeno.
Innanzitutto a quanto pare diversi elettori non hanno capito bene su cosa si votava (e la cosa sarebbe abbastanza inquietante visto che il leave ha vinto con uno scarto minimo) e tanti altri si sono resi conto delle implicazioni di questo voto solo all’indomani, quando i mercati hanno iniziato a reagire affondando la sterlina ed il primo ministro inglese Cameron ha annunciato le dimissioni.
Nella pratica la situazione è alquanto complessa ed articolata e per capirla bisogna partire da una persona, Cameron.

Cameron e la situazione inglese.

Cameron diversi anni fa s’è trovato a dover governare un paese in cui il sentimento “anticontinentale” non è mai stato del tutto sopito… gli inglesi hanno sempre considerato chi sta al di là della Manica con una certa supponenza. Sia chiaro, questo vale per molti altri paesi all’interno dell’UE (non sto ad elencarli, altrimenti facciamo notte) ma nel Regno Unito, complice il passato coloniale (molti pensano ancora con nostalgia ai tempi in cui erano impero) ed ad una certa rivalità storica coi “continentali” la cosa era più pronunciata.
Su questo “bias” preesistente si sono innestati tanti altri fattori che variano dall’ignoranza dilagante in geopolitica (molti, ad urne chiuse, sono andati su Google per cercare di capire cos’è l’UE, perché avevano votato senza saperlo!) ad una campagna apertamente antieuropeista portata avanti dai tabloid (spiccano quelli di Murdoch, che per questioni “finanziarie” non gradisce il mercato comune europeo) passando per il populismo di alcuni partiti (l’UKIP di Farage). Questo mix di fattori ha concorso a creare un clima in cui i sudditi del Regno Unito hanno mostrato una sempre crescente animosità nei confronti dell’Unione, accusata di “porre dei limiti” alla libertà inglese e di tarpare le ali all’economia.
A “peggiorare” tutto questo i vincoli comunitari, che permettendo la libera circolazione delle persone hanno fatto sì che una discreta quantità di cittadini comunitari si spostassero entro i confini del regno unito e lì cercassero lavoro, facendo concorrenza ai nativi. Quando, su tutto questo, è scoppiata la crisi dei profughi siriani (crisi più giornalistica che reale per l’UK a giudicare dai numeri) la situazione è diventata esplosiva.
Per assicurarsi la rielezione il partito conservatore ed il suo leader Cameron, molto sollecitati dall’UKIP che era estremamente attivo su quel versante, hanno promesso che se avrebbero vinto avrebbero concesso un referendum in cui i cittadini di sua maestà avrebbero potuto scegliere se continuare a restare nell’Unione Europea oppure uscirne.

L’UK e l’UE.

Cameron, che non è stupido ha comunque cercato di controllare questi moti “indipendentisti” e per farlo ha spinto il più possibile per ottenere condizioni estremamente vantaggiose dall’UE, condizioni che giustificassero un voto a favore della permanenza.
Il vero, grosso problema di Cameron è stato che l’UE a quel punto anche volendo aveva ben poco da dare… l’UK ha goduto di privilegi davvero unici all’interno dell’Unione Europea, dalla possibilità di mantenere la propria valuta (mentre uno dei fini dell’UE è dare all’Europa una sola ed unica valuta comune: l’euro) al cosiddetto Rebate (che la Thatcher ottenne, non senza qualche spinta da USA e NATO, battendo i pugni ed urlando “Give me back my money”).
Insomma, nell’UE l’UK per certi versi non se la passava affatto male purtroppo molti sudditi non gradivano le imposizioni del mercato comune (fra cui i limiti sulla pesca e gli obblighi del welfare) e questo ha reso quasi impossibile (anche volendo) soddisfare le richieste di Cameron… richieste che per certi versi erano improponibili.

La situazione nei partiti.

C’è da dire che Cameron s’è trovato nella condizione non invidiabile di non avere il pieno controllo neppure nel proprio partito tant’è che una parte consistente dei “suoi” era ed è molto critica nei confronti dell’Unione Europea per cui le spinte euroscettiche (reali o “elettorali”) erano forti anche lì.
Alla scomoda situazione in cui s’è cacciato Cameron ha fatto eco l’inesistenza di fatto dell’altro grande attore in questa situazione, i laburisti.
A guidare i laburisti (non per molto, in seno al partito è stata presentata una mozione di sfiducia) Corbyn, leader “molto a sinistra” che non è mai stato un fervente europeista ed in questa situazione ha fatto una campagna pro-euro decisamente fiacca, per non dire inesistente.
Fra questi come un jolly l’United Kingdom Indipendence Party che in pratica ha battuto a tappeto tutto il regno unito per perorare le ragioni del “leave”.

Jo Cox.

A peggiorare le cose c’è stato anche l’assassinio di Joanne “Jo” Cox, una parlamentare labour che era attivamente impegnata per il “remain”. Per dirla breve le posizioni della Cox erano molto vicine a quelle della Boldrini, una persona a favore dell’integrazione e delle frontiere aperte.
Quando s’è scoperto (non è stato difficile, l’assassino ha urlato in aula la sua affiliazione politica e le sue discutibili posizioni) che chi l’ha uccisa era uno squinternato nazionalista fissato con la superiorità dell’Inghilterra la cosa ha avuto una fortissima eco.

E poi, l’inaspettato.

L’inaspettato è che nonostante la campagna per rimanere fatta dallo stesso Cameron (che, avendo “partorito” il referendum aveva se non altro la responsabilità morale di cercare di salvare il salvabile) alla fine, seppure di poco, hanno vinto le posizioni per il leave.
Permettetemi di stressare un punto: l’affluenza alle urne è stata massiccia. In UK l’affluenza è in genere bassa, si pensa che non votare non sia un segno di disaffezione alla politica quanto piuttosto di fiducia verso essa per cui non votare è visto come un “mi fido del governo di Sua Maestà, chiunque vinca sono convinto che lavorerà per il bene del paese” per cui quando alle urne al referendum s’è presentato il 72% e passa degli aventi diritto è stato chiaro che in un modo o nell’altro la questione è sentita.

Volevo solo mandare un segnale.

E fin qui ci siamo. La questione è emersa quando s’è visto (o meglio, quando gli inglesi hanno visto) che il risultato ha provocato una serie d’effetti, almeno a breve termine, tutt’altro che desiderabili.
Per dirla più chiaramente: la sterlina è crollata, il governatore (o equivalente) della Banca d’Inghilterra è andato in TV a dire che avrebbero contenuto quanto possibile il deprezzamento dei titoli e Cameron è apparso in fretta e furia a dire che si dimetteva e che, in sostanza, questo suicidio se lo sarebbe gestito qualcun’altro.
A questo punto l’inglese medio ha realizzato che forse non tutto è andato per il meglio.
A poco a poco che le ore avanzavano la situazione ha iniziato a peggiorare, non solo sul fronte europeo (da cui sono arrivate dichiarazioni che sono passate in fretta dall’incredulo allo scontroso per terminare con l’apertamente ostile) ma anche su quello interno.
Rimarrà nella storia l’intervento (in prima mattina) di Farage (sempre UKIP) che ammette che uno dei punti forti della campagna del “leave” è sostanzialmente una colossale balla.

Abbiamo fatto un errore.

Nel dettaglio per mesi Boris Johnson (ex sindaco di Londra, conservatore e uomo di punta della campagna per il “leave”) ha girato su un bus in cui c’era scritto che l’UK versava all’EU 350 milioni di sterline a settimana, soldi che invece potevano essere spesi più efficientemente in altre cose, ad esempio per migliorare il NHS, il servizio sanitario nazionale.
Beh, non solo quella cifra è notevolmente inferiore (si parla della cifra che ogni stato, UK inclusa, versa all’UE e che l’UE gira ai vari progetti, aree svantaggiate e via dicendo) ma Farage ha ammesso che non è sicuro né che quei soldi ci siano né che quelli che ci saranno verranno effettivamente girati all’NHS.
Dovreste vedere la faccia dell’intervistatrice quando glielo chiede una seconda volta, aggiungendo che il “leave” ha vinto sostanzialmente su quell’uscita.
Farage dice che è stato un errore, che la campagna non doveva essere impostata su quella frase e che comunque non stava a lui decidere, lui era stato estromesso da quella particolare parte della campagna. E’solo stato zitto mentre i suoi amici mentivano…
La cosa non si è poi fermata visto che entro sera, pressato da un altro giornalista, un altro esponente dell’BRexit ha ammesso che anche l’altro grande punto di forza della campagna del leave, ovvero la possibilità di fermare l’immigrazione, è stato sostanzialmente “un’esagerazione” e che in pratica su quel versante cambierà poco. A dire il vero non è detto che l’immigrazione, specie quella clandestina, non aumenti ora che l’UE non ha più interesse nel “tenersi buono” il Regno Unito, ma questo è un altro discorso.
Nella pratica mentre la sterlina perdeva valore, le agenzie di rating facevano sapere che un UK fuori dall’Europa non è probabilmente in grado di sostenere il suo rating ed iniziavano a girare voci che diverse società iniziano a pensare a delocalizzare altrove l’inglese medio ha preso coscienza del fatto che forse il voto è un’arma un po’troppo potente per puntare e sparare senza informarsi.
Ed infatti google trends dimostra che nelle ore successive al brexit molti inglesi hanno scoperto la necessità di capire cosa avevano votato e qual’era realmente l’argomento del referendum.
Quasi contemporaneamente una fetta importante di questi sudditi si rendevano conto d’aver sbagliato a votare e chiedevano (lo stano ancora facendo, la petizione dovrebbe aver toccato il milione di firme) di tornare alle urne per votare di nuovo.
Cosa non dissimile è avvenuta fra i tanti che avevano votato per il BRexit per “mandare un segnale” (giuro!) sui soliti problemi nazionali (poco lavoro, paghe basse, tasse alte, non trovo parcheggio, c’ho le smagliature etc) e fra quelli che”voto BRexit tanto vince il BRemain, ma almeno abbassiamo lo scarto: facciamo capire all’UE che non siamo loro servi”.
“Ho fatto errore”

Ho fatto errore anca io.

Se questo vi sembra grottesco è perché non avete visto cosa succedeva in ambito politico.
Cameron, che aveva promesso che in caso di vittoria del “leave” avrebbe immediatamente presentato la richiesta per uscire dall’UE ha presentato delle dimissioni “a tempo” dandosi fino ad ottobre per lasciare il suo posto e ritardando la presentazione fino ad almeno quella data.
Contemporaneamente i leader del BRexit si sono trovati a dover festeggiare (inaspettatamente) la vittoria e si sono resi conto che quello che volevano non è esattamente quello che volevano.
Innanzitutto l’uscita dall’UE non si preannuncia facile (cosa che burocrati, economisti e diplomatici gli hanno ripetuto, inascoltatamente, per mesi) e loro ora devono prendersi la responsabilità non solo dell’uscita ma anche del mantenimento di promesse avevano fatto a cuor leggero perché convinti che alla fine avrebbe vinto l’altra parte.
In tutto questo quelli più comicamente travolti dalla vittoria sono quelli dell’UKIP che hanno ottenuto l’indipendenza dell’UK dall’Europa (come da nome del partito) ed ora non hanno più ragione d’esistere. A parte questo fra le bugie e la situazione che sta montando è facile che più che il partito a sparire (grazie a qualche chirurgo plastico) siano i suoi esponenti visto che questa vittoria non assomiglia manco lontanamente a quello che avevano annunciato.
Idem per Boris Johnson che ha cavalcato tantissimo questa storia per racimolare voti e potere all’interno dei conservatori ed ora si trova nella scomoda situazione in cui se gli va male rischia di dover essere lui a negoziare una rovinosissima (anche economicamente) uscita dall’UE che lui ha desiderato, spinto e promosso apertamente.
A chiudere in bellezza questo trittico di “non volevamo vincere” c’è l’UKIP come partito che a quanto pare ha già pronte le richieste per una “pacifica” uscita dall’UE, fra esse la principale è mantenere l’attuale accesso al mercato comune per merci e capitali.

Se Sparta piange…

Dall’altra parte della Manica la situazione non è molto migliore, giovedì s’era andati a letto coi poll che dicevano “resteranno” e venerdì non s’è svegliato nessuno.
E’stato quasi fisico il torpore con cui l’UE ha preso atto del referendum ed è riuscita a ragionare sul da farsi… e la cosa non ha pagato, soprattutto sulle borse.
Se nel Regno Unito erano comunque pronti a quest’evenienza (se non altro almeno nell’immediato) in UE a quanto pare non ci si era posti il problema, tanto pareva assurda l’idea che qualcuno fosse così … vedete voi … da tagliarsi i genitali per far dispetto alla moglie.
E invece è successo.
Ora l’UE sta ragionando sul da farsi, ed essendo venti e più capi di Stato non è facile capire esattamente da che lato andare a parare.
Di sicuro, per la sopravvivenza non tanto dell’UE ma dei singoli paesi è necessario riuscire a portare un po’di tranquillità nei mercati e per fare questo occorre che l’incresciosa situazione venga risolta il più in fretta possibile.
Facile direte voi, e invece facile non è. Stando agli accordi l’UK ha due anni di tempo per negoziare l’uscita dall’UE, ma i due anni iniziano da quando il Regno Unito chiede ufficialmente d’andarsene ed al momento da quelle parti sono troppo rintronati, spavenati e preoccupati per quello che è successo per non affrontare la cosa con calma.
E così nonostante si moltiplichino gli appelli per “fare presto” (addirittura l’IMF a quanto ho capito) Cameron s’è rimangiato la sua promessa e temporeggia visto che la tattica a quanto pare è preparare l’uscita per presentarsi in UE con un piano già pronto e cercare di strappare il più possibile.
Non che sarà facile per loro… l’UK ha sempre avuto molti privilegi in UE e questa porta in faccia brucia parecchio, metteteci pure il danno economico e l’inevitabilità della cosa ed otterrete la posizione attuale degli europei: “andatevene ed in fretta”.
A questo punto l’UE non ha alcun interesse a “coccolare” o comunque a stemperare il clima per cui si punta a fare il tutto il più in fretta possibile ed a “punire” il Regno Unito per questo smacco. “Out is out” è probabilmente la frase più ripetuta in questi giorni e c’è poco da aggiungere, difficile che Cameron o il suo successore, costretti dal referendum a dover uscire, possano accampare pretese di qualsiasi tipo… specie considerando che a meno di un accordo qualsasi dopo i canonici due anni i trattati “chiuderanno” ermeticamente l’UK fuori dall’Unione Europea (e dal mercato comune).

E la sinistra ?

Evito, per carità cristiana (da ateo!) di citarvi Fusaro, vi basti sapere che molti avevano considerato che le classi operaie, più vicine ai laburisti avrebbero abbracciato convintamente la campagna dello “stay” ed invece la cosa non è stata affatto così netta come sembrava.
Certo Corbyn non s’è sbattuto granché ma un paio di parole è il caso di spenderle (anche perché la cosa ha molto a che spartire con l’Italia). Non è che perché uno ha pochi soldi o se la passa male per questo dev’essere sostanzialmente solidale con gli immigrati, coi profughi ed in generale con chi se la passa peggio.
Non è affatto così, anzi spesso e volentieri chi se la passa male, chi ha problemi a mantenere il lavoro, chi stenta a mettere insieme il pranzo e la cena è così disperato da fare di tutto per cercare di migliorare o almeno mantenere le proprie condizioni di vita.
Se per farlo deve votare un razzista di destra lo fa, se farlo significa sbattere la porta in faccia a chi scappa dalla fame e dalla miseria, dalla guerra, dalla malattia… lo fa.
Perché i meno abbienti si mostrino solidali, perché non combattano l’uno contro l’altro per un posto, perché si rendano conto che chi viene a raccogliere pomodori o lavare piatti non gli sta rubando il posto è necessario informarli… dissipare la coltre di paura e slogan che gli spin doctor mettono in atto e costringere le persone a ragionare. Non è neanche un discorso di “solidarietà”, è semplicemente un modo per contrastare l’unica tattica vincente delle destre: la paura.
Tanti hanno votato leave perché avevano paura degli immigrati che gli avrebbero rubato il lavoro, pur vivendo in posti in cui di immigrati non ce n’era manco uno!

Cos’abbiamo imparato ?

Beh, l’analisi del voto la faccio un’altra volta (sarebbe interessante, a partire dal fatto che, lungi da quel che pensavano i più, l’elettorato “di sinistra” s’è dimostrato prono alla retorica del “ci rubano il lavoro”); la parte interessante è come quanto avvenuto sia sovrapponibile all’Italia e ci dica tanto di quanti danni fa il benessere.
Il Regno Unito è probabilmente il paese che più di tutti ha goduto dell’UE, quello che maggiormente aveva da guadagnarci… eppure è anche quello che più spudoratamente s’è più e più volte scagliato contro Bruxelles ed i (pochi) vincoli che l’UE chiedeva.
La colpa principale di questo casino è la politica interna del Regno Unito, di come politici traballanti o poco incisivi hanno scaricato le loro responsabilità dell’Unione Europea (capro espiatorio perfetto) e l’abbiano usata per cercare di recuperare in politica interna.
Noi il “ce lo chiede l’Europa” lo conosciamo bene, lì a quello s’aggiungeva anche la nostalgia per l’impero, il non voler accettare che qualcuno, altrove, decidesse (saggiamente o meno) le regole per il paese.
La cosa divertente ? Stando ad un sondaggio sei inglesi su dieci manco sapevano che i parlamentari EU sono scelti nelle votazioni.

E’analfabetismo funzionale: l’elettore non sa nulla di dove vive, di quali siano gli insiemi di regole, leggi e sistemi che gli garantiscano la sua vita… eppure parla e straparla di essi, spesso ripetendo a pappagallo quello che media e propaganda gli mettono in bocca.
E’l’effetto Dunning-Kruger: l’elettore si crede più informato, intelligente e furbo di chiunque altro e quindi rigetta qualsiasi altra notizia, nozione o informazione (perché media ed informazione corretta, a ben vedere, in UK c’erano) perché “io sono troppo furbo per credere a queste bugie”.
Il risultato è che a breve il Regno Unito si autoescluderà dall’UE con pesantissime ripercussioni per la sua economia e per la libertà dei suoi sudditi.
Anziché informarsi, anziché credere alle persone qualificate che certe cose le hanno ripetute all’infinito, fino alla nausea, i votanti hanno preferito dare ascolto al tam tam propagandistico, alle carnevalate di Farange e Johnson, agli slogan facili ed ai tabloid scandalistici che inventavano aneddoti sull’UE.
Solo dopo, solo quando è diventato evidente quello che avevano combinato (e non è ancora granché evidente, le cose peggioreranno molto prima di riprendere a migliorare) hanno deciso d’informarsi davvero.
…e non hanno neppure detto “vabbé, non ne so granché, magari resto a casa”, no! sono corsi alle urne in massa, senza sapere esattamente cosa o perché ma sicuri di fare la cosa migliore “for Britain!”.
La cosa divertente è che, lasciando da parte Cameron, manco la famiglia reale, che un pelo ne dovrebbe sapere di ‘ste cose, ha pensato di dire “occhio che è una cosa rischiosa”, sono rimasti nella reggia a provare cappellini e falsi i selfie con baby George.
Questa è la democrazia nel terzo millennio… un’arma potentissima in mano a gente che, non avendo memoria storica, non ci pensa nemmeno ad informarsi prima d’usarla.

Migliaia d’inglesi in giro per l’Europa in queste ore stanno contattando le agenzie immobiliari per vendere le proprie case e tornare in UK dopo che è diventato chiaro che con l’uscita dall’UE sarebbero “extracomunitari”, che dovrebbero chiedere visti turistici o simili per restare dove si sono trasferiti e non avrebbero più diritto all’assistenza sanitaria gratuita. Migliaia… ed è solo l’inizio.
Migliaia di studenti non potranno andare in UK per i vari erasmus: non ci sarà più un erasmus. Migliaia di studenti rischiano di vedersi triplicati le tasse in UK, “retrocessi” da cittadini comunitari” a “stranieri”.
La Scozia, che ha votato per restare nel regno unito dietro al velato ricatto del “se uscite sarete fuori dall’UE” oggi, dopo aver votato a stragrande maggioranza per lo “stay” verrà buttata fuori dall’UE da un referendum portato avanti con leggerezza, ed infatti medita di staccarsi dal Regno Unito ed aderire all’UE come paese indipendente.
Nell’Irlanda del nord ci si chiede come “emigrare” in Irlanda ed anche Londra (enclave di “remain” in un mare di “leave”) ha appreso il risultato con sconcerto visto che la sua popolazione è multietnica ed in buona parte comunitaria.
La Cornovaglia intanto chiede rassicurazioni allo stato centrale perché finora i loro bilanci si reggevano sui fondi per le aree svantaggiate dell’UE e fra qualche anno quei fondi non arriveranno più.
E se questo vi pare il peggio pensate a chi ha giocato su queste corde per arrivare al potere ed ora rischia seriamente d’essere travolto da esso… pensate a Farage che ha un partito senza ragion d’essere e che fra qualche anno, una volta che non ci saranno più poltrone nel parlamento europeo per gli inglesi, sarà pure disoccupato.
Pensate a Cameron che ha avviato tutta ‘sta storia anziché sedersi e dire “no, guardate che se l’economia fa schifo è perché fa schifo, non perché l’UE c’affama”… tutto ‘sto casino per essere rieletto ed alla fine non solo s’è dovuto dimettere ma rischia d’andare nella storia come il PM che ha spaccato l’unione (europea e quella del regno).
Pensate a Johnson che potrebbe avere la sfortuna d’essere il PM che dovrà annunciare milioni di tagli economici e sul welfare… che dovrà gestire un uscita da un UE apertamente ostile e rovinosa facendosi scudo di frasi risibili tipo “torniamo ad animare il Commonwealth”.
Questa gente ha giocato col fuoco e s’è bruciata, ha bruciato il suo paese e le prossime generazioni… ed ha bruciato anche noi.
Per i sobillatori tutto questo è stato per un effimero desiderio di potere che non va al di là del “meglio comandare all’inferno che servire in paradiso” su cui stanno già iniziando a ripensarci.
Per i sobillati invece è la prova che il voto è cosa importante, da usare solo se si è informati sulle possibili ripercussioni.
Chi c’ha guadagnato ? Gente come Rupert Murdoch e Soros, miliardari che da anni foraggiano l’odio contro l’UE da parte dei loro media e che dal crollo della sterlina (e dalla prossima instabilità dei mercati) faranno miliardi speculando sulle fluttuazioni di borsa.
Chi c’ha perso ? Quelli che pensavano di portare anche solo un penny in più al NHS ed invece presto si troveranno ad avere ancora meno servizi e più tasse.
Bravi tutti, la prova che l’ignoranza e l’idealismo fine a sé stesso sono gli strumenti perfetti per depredare dei popoli e rovinare progetti e sogni di generazioni.

In coda.

Alcuni parlano di votare di nuovo, altri di non tenere conto del referendum… personalmente da cittadino europeo ritengo che se i sudditi del Regno Unito hanno votato per andarsene con una tale leggerezza devono essere accontentati, senza se e senza ma… e soprattutto senza ripensamenti.
Noi UE non siamo “la serva” e di sicuro non siamo un qualcosa che si prende e si lascia a seconda di quello che conviene ad una sola parte; se non hanno sentito la necessità d’informarsi prima e se sono disposti a credere (come hanno fatto) a qualsiasi bugia su di noi “resto dell’UE” senza neanche informarsi beh… allora vadano. E quando arrivano scrivano.
Hanno avuto più diritti di noi, più privilegi, più soldi ed anche condizioni migliori… ed erano una delle prime economie del continente. Cosa dovrebbero dire i concittadini comunitari che dall’UE hanno avuto meno ?
Hanno deciso d’andare ? Vadano. Con brio.